31 luglio, 2009

Scuola, Costa: "Il Governo taglia la Regione investe"


Scuola, Costa: "Il Governo taglia la Regione investe"

La Regione Lazio, in controtendenza rispetto alle scelte operate a livello nazionale, ha deciso di investire notevoli risorse a sostegno delle alunne e degli alunni del Lazio, impegnando risorse aggiuntive per oltre 81 milioni di euro, destinate a consentire il funzionamento delle scuole di ogni ordine e grado, dalle materne alle superiori, fino all'università e a garantire diritto allo studio, sostegno ai meritevoli e aiuto alle famiglie con bambini in età di scuola materna.
In un contesto nazionale caratterizzato dal taglio degli organici di docenti e non docenti e dalla riduzione dei fondi di funzionamento che porteranno gli istituti scolastici a essere sovraffollati, più poveri e meno sicuri, l'Assessorato regionale all'Istruzione, Diritto allo Studio e Formazione, infatti, ha promosso quest'anno una serie di importanti azioni che, con stanziamenti e bandi, sostengono scuole, insegnanti e famiglie del Lazio. Questo il dettaglio degli interventi:
 la Regione, nel quadro del Piano degli interventi per il diritto allo studio, ha ripartito tra le 5 Province del suo territorio 17 milioni di euro destinati a promuovere interventi tesi a garantire il diritto allo studio, a sostenere le azioni di integrazione scolastica e di orientamento, a potenziare i servizi collettivi (come gli scuolabus) e a contrastare il fenomeno dell'abbandono scolastico;
 sono stati stanziati nel 2009 ulteriori 7 milioni per borse di studio e accesso ai libri di testo. Di questa somma, 4 milioni sono destinati a sostenere gli studenti meritevoli (con la media di almeno 7/10), appartenenti a famiglie a basso reddito (il cui ISEE non sia superiore a 15.000 euro) e che passano al primo o terzo superiore o che passano al quarto superiore provenendo dai corsi triennali, tutti momenti in cui la spesa per i libri è più alta; gli assegni di studio concessi saranno da 500 € ognuno. Altri 3 milioni sono l'incentivazione della concessione dei libri in comodato d'uso agli studenti;
 Sono stati destinati ai Comuni che ne faranno richiesta 3.000.000 di euro per garantire l'accesso dei bambini di età tra 3 e 6 anni che sono in lista d'attesa la scuola materna comunale (sono circa 4.000 nel Lazio). Questi fondi potranno essere usati per l'istituzione di nuove sezioni nelle scuole pubbliche o per agevolare l'accesso nelle paritarie;
 Ci sono poi 700.000 euro destinati all'istituzione nella Provincia di Roma di una Ausilioteca, che costituirà un centro ri riferimento a livello regionale per l'informazione e la consulenza su presidi e ausili agli alunni con disabilità;
 La cifra di 1.349.702,13 € è destinata inoltre a interventi diretti della Regione, tra cui, a titolo di esempio, la convenzione con il Policlinico Umberto I per fornire alle scuole del Lazio un servizio di prevenzione dei disturbi del comportamento o quella con l'Università del Foro Italico per educare alla corretta alimentazione e allo sport gli alunni delle scuole elementari della provincia di Roma;
 1.050.000 euro sono stati destinati al funzionamento delle "Sezioni Primavera" per bambini di età tra i 2 e i 3 anni;
 Per l'acquisto di scuolabus ecologici è stato destinato ai Comuni 1.800.000 €;
 Infine, per sostenere i percorsi triennali di istruzione e formazione professionale, uno strumento importantissimo per contrastare la dispersione scolastica e formativa, sono stati stanziati 49.557.118,75 euro, di cui 30 milioni di fondi regionali e 19.557.118,75 di risorse dell'Fse.

"In un contesto come quello attuale, in cui le famiglie già soffrono pesantemente gli effetti della crisi economica e la Scuola è chiamata a preparare alunni e studenti alle sfide del futuro - ha dichiarato l'assessore all'Istruzione Silvia Costa - il governo taglia risorse e personale, non assegnando, ad esempio un miliardo di euro di fondi per il funzionamento ordinario e spingendo gli istituti scolastici verso l'impoverimento dell'offerta formativa e l'aumento dell'insicurezza; senza contare il taglio di 35 milioni di euro per le politiche di diritto allo studio proprio ora che l'obbligo scolastico è stato portato a 16 anni". In questo contesto - ha concluso l'assessore - la Regione si è accollata un gravoso impegno finanziario e organizzativo per non abbandonare le famiglie, gli alunni e gli insegnanti in una situazione così difficile."

Progetto "Mare Sicuro": fino al 30 agosto quaranta unità cinofile per pattugliare la coste della provincia


Progetto "Mare Sicuro": fino al 30 agosto quaranta unità cinofile per pattugliare la coste della provincia

L’assessore provinciale alle Politiche del Turismo, Patrizia Prestipino, ha presentato nella Sala della Pace di Palazzo Valentini il progetto "Mare Sicuro".

Il progetto, realizzato dalla Scuola Cani di Salvataggio Tirreno in collaborazione con la Provincia di Roma e in partnership con la Capitaneria di Porto di Civitavecchia e la Società Nazionale di Salvamento sezione di Anzio e Nettuno, prevede il dislocamento, fino al 30 agosto, di unità cinofile lungo le coste della provincia di Roma.

Le unità cinofile pattuglieranno le spiagge sia via terra, attraverso l’istituzione di 3 postazioni fisse (Nettuno, Civitavecchia e spiaggia di Sant’Agostino) sia via mare, grazie alla collaborazione con la Guardia Costiera, per garantire un’adeguata copertura del servizio di salvataggio in mare, soprattutto nei tratti non serviti da stabilimenti, dove la mancanza di controlli e il rischio di incidenti sono maggiori.

"Questo progetto - ha spiegato l'assessore Prestipino - vuole rendere più serene e sicure le nostre vacanze, pattugliando soprattutto le spiagge libere. È un progetto pilota che se dovesse andare bene, come credo, verrà replicato e rafforzato".

Le unità cinofile impegnate saranno 40 e svolgeranno le loro attività nei week end e nei giorni di maggiore affluenza sulle spiagge. Ogni unità cinofila è costituita da un cane addestrato e brevettato al salvataggio nautico e da un operatore, anch’egli brevettato come assistente bagnanti.

La coppia uomo/cane, è in grado di trainare a riva, anche da grandi distanze, fino a tre persone contemporaneamente e riceve una preparazione che permette di operare in qualsiasi condizione meteorologica e da qualsiasi mezzo, inclusi gli elicotteri e le motovedette della Guardia Costiera.

Le unità cinofile cercheranno di sensibilizzare l’utente della spiaggia al tema della sicurezza in mare e svolgeranno attività di informazione e prevenzione.
Oltre ad informare su condizioni meteo-marine, potenziali pericoli e comportamenti scorretti, le unità cinofile attueranno un programma di formazione dell’utente della spiaggia, distribuendo ai bagnanti un opuscolo informativo, che, utilizzando l’immagine familiare e vicina a bambini e famiglie del “cane amico dell’uomo”, fornirà nozioni sulla sicurezza e sulle norme relative alla balneazione.

Il presidente della scuola salvataggio "Tirreno" Roberto Gasbarri, intervenuto all’incontro, ha raccontato un salvataggio avvenuto un paio di settimane fa sulla spiaggia di Sant' Agostino, con uno dei cani impegnato nel soccorso di un 45enne in difficoltà a 100 metri dalla riva.

Bus gratis under 25: prorogati termini fino esaurimento fondo


Bus gratis under 25: prorogati termini fino esaurimento fondo

Prorogati i termini fino ad esaurimento del fondo, per presentare la domanda per l'esenzione dei giovani dai costi del trasporto pubblico regionale e locale. I ragazzi di età tra i 10 e i 25 anni, residenti nel Lazio con un reddito Isee fino a 20mila euro, avranno dunque, molto più tempo a disposizione per inoltrare la domanda attraverso il Siset, Sistema Informativo di erogazione dei Servizi di Esenzione del Trasporto, a cui si accede dal portale regionale www.regione.lazio.it.
La Giunta Regionale del Lazio, su proposta dell'assessorato alla Mobilità, ha stabilito, infatti, che al 30 di ogni mese sarà formata la graduatoria degli aventi diritto sulla base delle richieste pervenute nello stesso mese, fino ad esaurimento del fondo per il 2009. Non avendo al momento esaurito il fondo per l'anno in corso la graduatoria resta aperta.

PROMEMORIA 31 luglio 1941 - Olocausto: Hermann Göring inizia a pianificare la Soluzione finale della questione ebraica


Olocausto: Hermann Göring inizia a pianificare la Soluzione finale della questione ebraica.
« Nel corso della soluzione finale gli ebrei saranno instradati, sotto appropriata sorveglianza, verso l'Est, al fine di utilizzare il loro lavoro. Saranno separati in base al sesso. Quelli in grado di lavorare saranno condotti in grosse colonne nelle regioni di grandi lavori per costruire strade, e senza dubbio un grande numero morirà per selezione naturale. Coloro che resteranno, che certo saranno gli elementi più forti, dovranno essere trattati di conseguenza, perché rappresentano una selezione naturale, la cui liberazione dovrà essere considerata come la cellula germinale di un nuovo sviluppo ebraico »
(Dal protocollo di Wannsee del 20 gennaio 1942)
Il termine soluzione finale della questione ebraica (in lingua tedesca Endlösung der Judenfrage) fu usato dai nazionalsocialisti a partire dalla fine del 1940, dapprima per definire gli spostamenti forzati e le deportazioni ("evacuazioni") della popolazione ebraica che si trovava allora nei territori controllati dalla Wehrmacht, poi, dall'agosto del 1941, per riferirsi allo sterminio sistematico della stessa, che oggi viene comunemente chiamato Olocausto. Questo eufemismo serviva da una parte a mimetizzare il genocidio verso l'esterno, dall'altra per una giustificazione ideologica, come se davvero si risolvesse un problema di portata mondiale.
asi della soluzione finale

Il violento antisemitismo del partito nazionalsocialista non trovò immediatamente sfogo nello sterminio della popolazione ebraica ma si sviluppò in diverse fasi. I primi provvedimenti erano tesi ad escludere gli ebrei dalla vita pubblica e costringerli all'emigrazione, rendendo il territorio tedesco judenfrei (libero da ebrei).
La causa principale di questo comportamento "moderato" da parte del Partito fu dovuto alle necessità di consolidamento del potere e di creazione del consenso popolare. Un comportamento troppo "radicale" avrebbe rischiato di alienare al nuovo regime le simpatie della popolazione e soprattutto degli industriali, essenziali per il progettato programma di riarmo tedesco.
Le leggi di Norimberga e l'emigrazione

Giunti al potere nel 1933, Hitler e il NSDAP intrapresero una serie di successive misure tese ad escludere la popolazione ebraica dalla vita pubblica. La politica discriminatoria culminò con la promulgazione delle leggi di Norimberga, il 15 settembre 1935.
La propaganda nazista fomentò inoltre l'odio della popolazione "ariana" nei confronti degli ebrei attraverso un'ossessiva campagna di stampa - basti ricordare la rivista Der Stürmer edita da Julius Streicher - che sfociò nel 1938 nel violento pogrom scatenato dai nazisti e passato alla storia come la Notte dei cristalli.
La reazione della popolazione ebraica a questa tragica situazione fu, ove possibile, l'emigrazione, soluzione approvata ed incoraggiata dalle autorità tedesche che imposero comunque gravose condizioni economiche a coloro che decidevano di emigrare. La popolazione ebrea tedesca passò, tra il 1933 ed il 1938, dalle 560.000 alle 350.000 unità. L'annessione dell'Austria (Anschluss), avvenuta nel 1938, portò all'interno dei confini del Reich altri 220.000 abitanti di origine ebraica.

Il progetto Madagascar
Subito prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale venne posto allo studio un progetto per l'emigrazione forzata della popolazione ebraica sull'isola di Madagascar, allora colonia francese. Uno dei personaggi chiave del progetto Madagascar fu Adolf Eichmann, esperto di «problemi ebraici» e di trasferimenti forzati di popolazione.
Nonostante i numerosi colloqui diplomatici intercorsi tra Germania e Francia non si arrivò ad una soluzione anche a causa del raffreddamento dei rapporti tra i due stati nell'imminenza della guerra. Dopo la conquista tedesca della Francia e il successivo armistizio nel giugno 1940 il progetto tornò in auge. La Germania intendeva trasformare il Madagascar in una sorta di immenso ghetto per ebrei che sarebbero stati forzatamente trasferiti a loro spese.
Il previsto trasferimento via nave, però, presentò da subito insormontabili difficoltà tecniche dovute al dominio dei mari della Gran Bretagna, in guerra con la Germania. Nonostante queste difficoltà il progetto continuò ad essere sviluppato ed ampliato fino alle successive decisioni scaturite dalla Conferenza di Wannsee.

In Etiopia
Benito Mussolini nel 1938 propose ad Hitler la creazione di un territorio autonomo ebraico nel quale trasferire gli ebrei d'Europa, in Etiopia, allora colonia italiana. Avrebbe dovuto sorgere sul modello della sovietica Oblast' autonoma ebraica e nella regione etiope già abitata da ebrei, la regione dei Falascia[1]. Non è noto se Hitler abbia preso in considerazione il progetto.

I ghetti orientali
La successiva conquista di Polonia, Belgio, Olanda, Francia, Danimarca e Norvegia da parte delle armate tedesche ampliò ulteriormente il problema ebraico. Contemporaneamente al progetto Madagascar, di difficile realizzazione pratica, venne studiata ed attuata la deportazione degli ebrei verso i territori del Governatorato Generale, un'unità amministrativa non direttamente annessa al Reich, in modo da rendere il territorio tedesco judenfrei.
Tutti gli ebrei trasferiti dall'Europa occupata, inclusi quelli polacchi, avrebbero dovuto essere concentrati in grandi ghetti in vista di una futura "soluzione definitiva". La soluzione dei ghetti si scontrava infatti con un pilastro ideologico del nazismo: lo "spazio vitale" (Lebensraum) da conquistarsi ad oriente per essere occupato da coloni "ariani": La presenza di ebrei, "razzialmente impuri", avrebbe causato difficoltà al progetto.

L'invasione dell'Unione Sovietica e le Einsatzgruppen
Nel 1941, con la preventivata invasione dell'Unione Sovietica, le autorità tedesche si trovarono a dover progettare una "soluzione" per i milioni di ebrei residenti nelle immense regioni russe. La ghettizzazione avrebbe presentato gravi problemi a causa dell'elevato numero di ebrei da rinchiudere.
Nel marzo 1941 Hitler ordinò ad Himmler di organizzare speciali reparti di SS (Einsatzgruppen) che, agendo sotto l'esclusiva autorità del Reichsführer, avrebbero dovuto seguire le truppe tedesche in avanzata ed eliminare, mediante fucilazione, tutti gli ebrei e comunisti che avessero incontrato.
Il 22 giugno 1941, con l'avvio dell'Operazione Barbarossa, i progetti si trasformarono in realtà. Le Einsatzgruppen, completamente svincolate dall'autorità dell'esercito tedesco, iniziarono le loro "operazioni" che si tradussero in un numero imprecisato di morti (molti storici considerano 1.300.000 - 1.500.000 vittime)

La conferenza di Wansee
I nazisti concentrarono la popolazione ebrea nei ghetti, e successivamente nei campi di concentramento, per aiutare nel loro sfruttamento e nel successivo sterminio.
La conferenza di Wannsee, che ebbe luogo in una villa dell'omonimo quartiere Berlino il 20 gennaio 1942, fu una discussione condotta da un gruppo di ufficiali per decidere le modalità della "soluzione finale della questione ebraica". L'incontro è noto per essere stata la prima discussione della "soluzione finale" tra funzionari nazisti. I verbali e le minute di questo incontro furono per di più trovate intatte dagli Alleati alla fine della guerra e servirono come importante prova durante il processo di Norimberga.
Gran parte del mondo dà al risultato della "soluzione finale" il nome di Olocausto, mentre molti ebrei e non preferiscono il termine ebraico Shoah (השואה), o "calamità", a causa delle origini etimologiche del termine 'olocausto', che significa 'offerta sacrificale completamente bruciata'.
Non tutti gli ebrei vennero eliminati, nemmeno da Berlino. Quando l'esercito sovietico occupò la città nel maggio del 1945, una comunità ebraica scampata alle persecuzioni naziste, di poche migliaia di membri e completa di sinagoga, era ancora esistente nella capitale tedesca.

Dibattito storiografico circa le origini della «soluzione finale»
Esiste ancor oggi un considerevole dibattito tra gli storici sul periodo esatto nel quale la leadership nazionalsocialista decise lo sterminio della popolazione ebraica europea. La conferenza di Wannsee del gennaio 1942 fu considerata nell'immediato dopoguerra il punto di origine e la pietra miliare della «soluzione finale». Tale interpretazione è stata successivamente rivista in considerazione del fatto che alla Conferenza parteciparono figure di secondo piano che non avrebbero potuto decidere autonomamente il genocidio, stimato nel corso dell'incontro in 11 milioni di individui. A proposito del protocollo redatto nel corso della Conferenza e che ne tratteggia sinteticamente lo svolgimento lo storico Mark Roseman afferma:
« I pubblici ministeri americani pensavano di aver scoperto l’equivalente della stele di Rosetta per quel che riguardava lo sterminio nazista e il Protocollo del Wannsee risulta ancora tale nell'odierno immaginario popolare. Ma gli storici hanno sostenuto da tempo che potrebbe non essere quel che sembra. Intanto alla conferenza del Wannsee Hitler non c'era e gli uomini presenti non avevano incarichi tali nella gerarchia nazista da poter decidere un genocidio.[2] »
La maggior parte degli storici sono concordi nel porre la decisione di dare avvio ad una «soluzione finale» nell'anno 1941, anche se lo specifico periodo varia considerevolmente (tra il marzo e il dicembre). Non esistono prove incontrovertibili dato che non è mai stato trovato un ordine scritto firmato da Hitler e che, forse, tale ordine non è mai esistito. La precedente Aktion T4 (il programma di uccisione dei disabili tedeschi) aveva mostrato ad Hitler come il popolo tedesco non fosse «ancora pronto» per le sue radicali politiche, tanto che questo programma dovette essere bloccato nel maggio 1941 in seguito alle numerose proteste. In questo caso Hitler aveva firmato un documento segreto, poi ritrovato, per dare una parvenza di legalità all'operazione del quale, però, si era successivamente lamentato, temendo che si potesse collegare la sua figura al programma. Tale timore può aver influito sulla decisione di non lasciare nessuna traccia scritta, limitandosi ad ordini verbali, e di utilizzare, nel caso della «soluzione finale», un linguaggio circonvoluto e burocratico teso a nascondere alla maggior parte della popolazione tedesca ed all'estero quello che stava realmente accadendo.
Nonostante la mancanza di prove definitive, numerose tracce portano a credere che il 1941, durante il quale furono coinvolte nel conflitto Unione Sovietica e Stati Uniti, sia stato l'anno di svolta tra le precedenti politiche di discriminazione, di persecuzione legale e di emigrazione forzata e quelle che sancirono lo sterminio del popolo ebraico.

30 luglio, 2009

Estate sicura non solo per mare ma anche per chi naviga sul Tevere


Estate sicura non solo per mare ma anche per chi naviga sul Tevere

E’ stato attivato, dal Nucleo Nautico della Polizia Provinciale, Sede di Fiumicino, e dal Nucleo Operativo Difesa Mare della Capitaneria di Porto di Roma, un servizio di rilevamento delle velocità delle imbarcazioni, sia da diporto che da traffico.

L’apparecchio telelaser ultralyte, solitamente utilizzato dalla Polizia Provinciale per il controllo delle velocità delle autovetture sulle arterie provinciali, verrà infatti utilizzato sugli argini del Fiume Tevere e sul piano di calpestio del nuovissimo battello pneumatico in dotazione del Distaccamento Territoriale di Roma Ovest “AA3”. A differenza del Codice della Strada, il Codice della Navigazione non prevede nessun cartello che indichi il controllo della velocità e non c’è nessun obbligo di contestazione immediata.

“L’innovativo servizio – dichiara l’Assessore alle Politiche della Sicurezza e Protezione Civile, Ezio Paluzzi – mira a scoraggiare il passaggio di barche pirata, spesso pronte a superare i limiti di velocità. A pochi giorni dall’attivazione, sono state elevate già 4 multe per eccesso di velocità in zone dove controlli sinora non ve ne erano mai stati, ma dove esistono rigidi limiti prescritti dall’ordinanza della Capitaneria di Porto. L’obiettivo è quello di garantire la sicurezza di migliaia di natanti, evitando gli atti di pirateria anche per le vie d’acqua, così come avviene per strade ed autostrade, e di salvaguardare l’ambiente fluviale, popolato di specie animali che, altrimenti, verrebbero spazzati via dall’incuria umana.”

La normativa è chiara, l’Ordinanza N°25/03 della Capitaneria di Porto di Roma ordina a chiunque navighi all’interno della zona portuale, dal Ponte 2 Giugno alla foce, di dover procedere ad una velocità non superiore ai 3 nodi, mentre per il restante corso del“Biondo Tevere” il Regolamento per la disciplina della navigazione e del traffico marittimo (Ordinanza N° 65/02) vieta una velocità superiore ai 5 nodi.

Le sanzioni sono, per i natanti da diporto, di euro 172,00, per le imbarcazioni da diporto di euro 344,00 (Decreto Legge171/2005, Codice della nautica da diporto) e per le unità da traffico di euro 1032,00, salvo che il fatto non costituisca reato.

PROMEMORIA 30 luglio 1974 - Scandalo Watergate: Il presidente statunitense Richard Nixon cede le registrazioni della Casa Bianca


Scandalo Watergate: Il presidente statunitense Richard Nixon cede le registrazioni della Casa Bianca su ordine della Corte Suprema degli Stati Uniti.

I nastri
Le udienze tenute dal Comitato senatoriale sul Watergate, in cui il consigliere della Casa Bianca John Dean era il principale testimone e in cui molti altri ex impiegati in posti chiave dell'amministrazione diedero una testimonianza drammatica, furono messe in onda dal 17 maggio al 7 agosto, causando un danno politico devastante a Nixon. Fu stimato che l'85% degli americani possessori di tv si sintonizzò almeno per una porzione delle udienze.
Cosa più nota, il senatore repubblicano Howard Baker del Tennessee formulò la memorabile domanda "Cosa sapeva il presidente e quando venne a saperlo?" che per la prima volta focalizzò l'attenzione sul ruolo personale di Nixon nello scandalo.

Il 13 luglio, il vice consigliere del Comitato Watergate Donald G. Sanders chiese ad Alexander Butterfield, vice assistente al presidente, se ci fosse un qualche tipo di sistema di registrazione alla Casa Bianca. Butterfield rispose che sebbene fosse riluttante a dirlo, c'era un sistema che automaticamente registrava ogni cosa nello Studio Ovale. La rivelazione scioccante trasformò radicalmente le indagini sul Watergate. I nastri furono subito citati contemporaneamente dal procuratore speciale (special prosecutor colui che si occupa delle indagini) Archibald Cox e dal senato, perché potevano provare se Nixon o Dean stavano dicendo la verità sugli incontri chiave.
Nixon rifiutò usando il principio del privilegio dell'esecutivo e ordinò a Cox, attraverso il ministro della giustizia Richardson, di lasciar cadere la sua citazione in giudizio. Il rifiuto di Cox portò al "massacro del sabato sera" il 20 ottobre 1973, quando Nixon obbligò alle dimissioni il procuratore generale Richardson e il suo vice William Ruckelshaus, in cerca di qualcuno al Dipartimento di giustizia intenzionato a licenziare Cox. Questa ricerca finì con l'avvocato generale Robert Bork che fece quanto gli era stato chiesto e licenziò il procuratore speciale Cox. Le asserzioni di malfunzionamento del governo indussero Nixon alla famosa frase, "non sono un imbroglione" (I'm not a crook), il 17 novembre di fronte a 400 editori dell'Associated Press riuniti al Walt Disney World in Florida.
Nixon, comunque, fu forzato a permettere l'insediamento di un nuovo procuratore speciale, Leon Jaworski, che continuò l'indagine. Mentre continuava a rifiutare di mostrare i nastri originali, Nixon acconsentì a rilasciare un gran numero di trascrizioni di essi. Queste confermavano largamente il resoconto di Dean, e causarono ulteriore imbarazzo quando si venne a sapere che era stata cancellata una parte cruciale di 18 minuti e mezzo di un nastro, che non era mai stata fuori dalla custodia della Casa Bianca. La Casa Bianca accusò di ciò la segretaria di Nixon, Rose Mary Woods, che disse di aver accidentalmente cancellato il nastro schiacciando il pedale sbagliato rispondendo al telefono. Ad ogni modo, viste le foto che riempivano le pagine dei giornali, il tentativo di rispondere al telefono e contemporaneamente schiacciare il pedale avrebbe richiesto uno stiramento quantomeno da ginnasta professionista. La donna disse che aveva mantenuto quella posizione per 18 minuti e mezzo. Più tardi le analisi forensi determineranno che il vuoto era stato cancellato ripetutamente - circa nove volte - escludendo l'ipotesi della "cancellazione casuale".
La questione dei nastri alla fine arrivò alla Corte suprema. Il 24 luglio 1974 la corte affermò all'unanimità che la richiesta di Nixon di usare il privilegio dell'esecutivo sui nastri era inammissibile e inoltre gli ordinarono di consegnarli a Jaworski. Il 30 luglio Nixon eseguì l'ordine e rilasciò i nastri incriminati.

29 luglio, 2009

Kit Scuola a 19,90 euro per gli studenti delle scuole medie superiori


Kit Scuola a 19,90 euro per gli studenti delle scuole medie superiori

L'assessorato provinciale alle Politiche della Scuola ha messo a disposizione degli studenti degli istituti superiori di Roma e del territorio, il Kit Scuola al prezzo di 19,90 euro.

Il kit scuola è composto da prodotti di qualità, non griffati ed è disponibile al prezzo dello scorso anno nonostante i notevoli incrementi dei prezzi di mercato.

Questo l'assortimento base: un diario, 4 quaderni formato A4 (2 a righe e 2 a quadretti), 2 matite, 2 penne a sfera, un evidenziatore, una gomma per cancellare e una valigetta polionda.
Ci sono anche prodotti integrativi a scelta: una pen drive, una calcolatrice scientifica tascabile e 2 squadre, 1 riga da 60 cm e un compasso da 5 pezzi.

L´elenco completo dei punti vendita presenti sui territori della provincia che aderiscono all´iniziativa è disponibile in allegato a questo testo.

In allegato a questa notizia è possibile scaricare la locandina-manifesto del Kit scuola che potrà essere esposta da tutti i rivenditori presenti nell´elenco e dall´Albo Scuola di tutte le Istituzioni Scolastiche Superiori di Roma e Provincia.

L´iniziativa è stata promossa dalla Provincia di Roma d'intesa con Confcommercio Roma (Asso Cart) e Confesercenti Roma, in collaborazione con il gruppo Auchan, il gruppo Carrefour e il gruppo Panorama.

Per maggiori informazioni: kit.scuola@provincia.roma.it.

Nell’illustrare il progetto il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti ha affermato: "In un momento così delicato per il territorio e per l'intero Paese, le istituzioni hanno il dovere di promuovere iniziative per agevolare l'economia dei nuclei familiari. Il Kit Scuola è senza dubbio un piccolo ma concreto aiuto, che permette un risparmio evidente su tutti quei prodotti di cui gli studenti non possono fare a meno".

"Il Kit scuola 2009/2010 - aggiunge l'assessore provinciale alle Politiche della Scuola, Paola Rita Stella - è una iniziativa, che abbiamo voluto proseguire anche quest'anno e che abbiamo particolarmente a cuore, perchè riteniamo si tratti di un progetto a sostegno delle famiglie in difficoltà, ma anche di un modo per inviare ai ragazzi un messaggio ad un consumo più consapevole e che eviti ogni forma di spreco. Il kit sarà disponibile a partire da lunedì 27 luglio fino ad esaurimento delle scorte dei rivenditori".

PROMEMORIA 29 luglio 1900 - L'anarchico Gaetano Bresci uccide a Monza Umberto I di Savoia, re d'Italia


L'anarchico Gaetano Bresci uccide a Monza Umberto I di Savoia, re d'Italia.

Il regicidio
Uccise a Monza, la sera di domenica 29 luglio 1900, sparandogli contro tre colpi di pistola (o quattro, le fonti storiche non concordano), il re d'Italia, Umberto I di Savoia. Il sovrano stava rientrando in carrozza nella sua residenza monzese dopo aver assistito a un saggio ginnico cui seguì una premiazione presso la società sportiva Forti e Liberi. L'assassinio, immortalato in una celebre tavola del pittore Achille Beltrame per La Domenica del Corriere, avvenne sotto gli occhi della popolazione festante che salutava il monarca. Bresci si lasciò catturare dal carabiniere Andrea Braggio senza opporre resistenza; e fu lo stesso carabiniere a salvarlo, proteggendolo dal linciaggio a cui stava per essere sottoposto dalla folla inferocita.
Emigrato tempo prima a Paterson (New Jersey, USA), l'anarchico era rientrato appositamente in Italia con il preciso intento di uccidere Umberto I: intendeva così vendicare la strage avvenuta a Milano nel 1898, quando l'esercito guidato dal generale Bava-Beccaris sparò su una folla di manifestanti (il totale dei morti non è mai stato accertato, ma superò sicuramente il centinaio).
Bresci, difeso dall'avvocato Francesco Saverio Merlino, dopo il rifiuto di Filippo Turati, fu processato per regicidio e condannato a morte, con pena poi commutata in lavori forzati a vita da re Vittorio Emanuele III (fu l'ultimo caso che si ricordi in cui un re d'Italia commutò una pena). Alle ore 12 del 23 gennaio del 1901 dopo un trasferimento via mare sulla nave da guerra Messaggero il Bresci è rinchiuso nel suo ultimo domicilio. Per poterlo controllare a vista venne edificata per lui una speciale cella di tre metri per tre, priva di suppellettili, nel penitenziario di Santo Stefano, presso Ventotene (Isole Ponziane). Il suo numero di matricola è il 515.
Indossa la divisa degli ergastolani, con le mostrine nere che indicano i colpevoli dei delitti più gravi. I piedi sono avvinti in catena. Ogni giorno riceve il vitto di spettanza: una gamella di zuppa magra ed una pagnotta. Ha facoltà di acquistare generi alimentari allo spaccio, ma si avvale raramente di questa concessione. Delle sessanta lire depositate presso l'amministrazione dell'ergastolo (e spedite dall' America dalla moglie) riesce a spenderne meno di dieci. Il comportamento del detenuto è giudicato tranquillo, normale. Bresci riceve la visita del cappellano del carcere don Antonio Fasulo, ma rinunzia al conforto della conversazione. Si fa dare una Bibbia, che legge ogni tanto, poi, tra gli scarsi volumi della biblioteca carceraria, sceglie un vocabolario italiano-francese. Lo troverà aperto, quel pomeriggio del 22 maggio 1901 il direttore del carcere venuto a constatare la sua morte.

La morte
Il 22 maggio 1901, l'ufficio matricola della Regia Casa di Pena di Santo Stefano registra la morte del detenuto Bresci Gaetano fu Gaspero, condannato all'ergastolo per l'uccisione a Monza del re d'Italia. Alle ore 14,55 il secondino Barbieri, che aveva l'incarico di sorvegliare a vista l'ergastolano, ma che si era allontanato per alcuni minuti, scopre il corpo del Bresci, ormai cadavere, penzolare dall'inferriata, alla quale il recluso si era appeso per il collo mediante l'asciugamano in dotazione o secondo altri un lenzuolo. Accorre il direttore del carcere cavalier Cecinelli, accorre anche il medico, ma soltanto per constatare l'avvenuto decesso.
Tuttavia le circostanze della sua morte hanno sempre destato perplessità. Voci sotterranee fatte circolare da cella a cella e presto uscite dal penitenziario, avvalorano un'altra ipotesi. Tre guardie avrebbero fatto irruzione nella cella, avrebbero immobilizzato il Bresci buttandogli addosso una coperta e poi lo avrebbero massacrato a pugni. Nel gergo carcerario questo trattamento è chiamato fare il sanantonio. Serve a dare una lezione ai riottosi, qualche volta questa lezione è mortale. Un delitto di Stato sarebbe stato dunque la pena per un delitto contro lo Stato. Così come incertezza vi è anche sul luogo della sua sepoltura: secondo alcune fonti, fu seppellito assieme ai suoi effetti personali nel cimitero di Santo Stefano; secondo altre, il suo corpo venne gettato in mare. Le sole cose rimaste di lui sono il suo cappello da ergastolano (andato distrutto durante una rivolta di carcerati nel dopoguerra) e la rivoltella con cui compì il regicidio.
Molti sono quindi i misteri che circondano ancora la figura dell'anarchico venuto dall'America, come la fantasia popolare lo aveva ribattezzato. Riguardano prevalentemente dei documenti spariti misteriosamente: non è infatti mai stata trovata la pagina 515 che descriveva il suo status di ergastolano e le circostanze della sua morte; nessuna informazione su di lui è disponibile all'Archivio di Stato di Roma; non è mai stato ritrovato - come testimonia una approfondita biografia di Arrigo Petacco - il dossier che Giovanni Giolitti scrisse sulla vicenda Bresci.
Qualche anno dopo la morte del regicida, Ezio Riboldi, primo sindaco socialista di Monza, fece visitare la cappella espiatoria al giovane esponente della sinistra rivoluzionaria Benito Mussolini, il quale con un sasso puntuto incise la scritta: Monumento a Bresci[1].

Contesto storico in cui maturò l'uccisione di Umberto I di Savoia
Nel 1898, a circa 40 anni dall'annessione della Lombardia al Regno d'Italia, la situazione economica era gravissima. Si ricorda che in questi 40 anni emigrarono circa 519 000 lombardi.[2] A Milano, a seguito dell'aumento del costo della farina e del pane, il cui costo cresceva da anni a causa della tassa sul macinato imposta dal regno sabaudo, il popolo affamato insorse e assaltò i forni del pane.
L'insurrezione milanese, passata alla storia come la "protesta dello stomaco", durò vari giorni e fu repressa nel sangue da reparti dell'esercito al comando del generale Fiorenzo Bava-Beccaris che, per questa azione di ordine pubblico fu insignito con la Croce di grand'ufficiale dell'ordine militare di Savoia, «per rimeritare il servizio reso alle istituzioni e alla civiltà» da Umberto I re d'Italia. Nella feroce repressione militare si calcola che vi furono più di cento persone uccise (i dati non sono precisi) e centinaia di feriti. Tra le vittime i miserabili in fila per ricevere la minestra dei frati, sui quali si sparò a mitraglia.
Gaetano Bresci intese vendicare l'eccidio e rendere giustizia, perciò uccise il re Umberto I di Savoia in quanto responsabile in capo di questi tragici avvenimenti.

Reazioni
Tutti gli amici più stretti e i parenti di Bresci vennero arrestati nel tentativo di dimostrare che Bresci non aveva agito individualmente, ma aveva preso parte a un vastissimo complotto anarchico internazionale. Anche la polizia di Paterson fu mobilitata per dimostrare l'esistenza di tale complotto, ma non trovò assolutamente nessuna prova.
L'Avanti, divenuto capro espiatorio nonostante fosse nient'affatto vicino agli anarchici, subì un'aggressione da parte dei conservatori, in seguito alla quale vennero arrestati alcuni lavoratori del giornale invece degli aggressori. Molti anarchici in tutta Italia furono arrestati, colpevoli di apologia di regicidio. In effetti, a Bresci venivano dedicate feste e brindisi, tanto in Italia quanto a Paterson.

28 luglio, 2009

La Regione riqualifica 75 stazioni ferroviarie


La Regione riqualifica 75 stazioni ferroviarie

Migliorare la vivibilità delle stazioni ferroviarie e dare più sicurezza a chi deve spostarsi quotidianamente con i treni. Questo l'obiettivo della Regione Lazio che con l'approvazione di una delibera proposta dell'assessore alla Mobilità, Franco Dalia, ha dato il via libera all'autorizzazione di bandi per project financing per la riqualificazione di 75 stazioni ferroviarie del Lazio.
Entro dicembre apriranno i primi cantieri per il restyling delle 75 stazioni.
Il progetto, finanziato con 55 milioni di euro di fondi Por 2007-2013, prevede l'installazione di sistemi di protezione e sicurezza (colonnine Sos e videosorveglianza), l'illuminazione e la sistemazione delle aree interne ed esterne con particolare attenzione alle nuove tecnologie. Tra le priorità spicca il miglioramento dei servizi alla clientela con attività non strettamente legate al servizio ferroviario, come bar, asili o esercizi commerciali.
Dopo i sopralluoghi effettuati nei mesi scorsi dalla Direzione regionale trasporti, infatti, sono state individuate aree in cui nasceranno attività commerciali e servizi pubblici aperti anche fino a tarda sera. Le stazioni diventeranno così presidi funzionanti tutto il giorno, luoghi di aggregazione che rispondono all'esigenza di integrare il più possibile le stazioni nella vita dei centri abitati; non solo luoghi riservati a pendolari e viaggiatori occasionali, quindi, ma anche a disposizione di persone impegnate in diverse attività.

Anche per questo e' prevista l'integrazione di sistemi informativi e interattivi, con la possibilità di beneficiare di postazioni wi-fi. Il funzionamento delle attrezzature sarà garantito da impianti a basso impatto ambientale, con l'uso di pannelli fotovoltaici, o solari, o altri sistemi energetici alternativi. Fonti di energia rinnovabile che saranno affiancati da altri sistemi ecocompatibili che prevedano, ad esempio, il recupero delle acque piovane o l'uso di materiali riciclati.
Il progetto include anche la presenza di presidi della Protezione Civile con postazioni 118 nelle stazioni di Pianabella di Montelibretti (Fr1) Palombara-Marcellina (Fr2), Santa Maria delle Mole (Fr4), Pavona (Fr4) e Anzio (Fr8). Individuate anche le stazioni di particolare pregio storico o architettonico per le quali sono previsti interventi di restauro e consolidamento strutturale delle parti degradate e l'eliminazione o sostituzione delle aggiunte architettoniche senza qualità.
"Le stazioni ferroviarie - ha affermato l'assessore Dalia - tornano finalmente a vivere e si fanno luogo di aggregazione sociale. Ai presidi di sicurezza che installeremo si aggiungono attività commerciali e sociali che restituiscono queste aree alla comunità e, allo stesso tempo, ne fanno luoghi ancora più sicuri. Anche attraverso questi interventi restituiamo ai cittadini del Lazio il diritto alla mobilità e un servizio più decoroso".

PROMEMORIA 28 luglio 1904 - Roma: inaugurazione della Sinagoga, il Tempio Maggiore


Roma: inaugurazione della Sinagoga, il Tempio Maggiore.
La Sinagoga di Roma, il più grande tempio d'Europa, fu costruita tra il 1901 e il 1904 su uno dei quattro lotti di terreno ricavati demolendo le più fatiscenti aree del ghetto. Per volontà espressa dagli ebrei romani il nuovo Tempio doveva sorgere tra i due maggiori simboli della ritrovata libertà romana:
il Campidoglio, sede del Comune a fianco al quale è il monumento a Vittorio Emanuele II, e il Gianicolo, luogo delle più aspre battaglie risorgimentali e dove si trova il monumento a Garibaldi. Altro presupposto era che il Tempio fosse grande e visibile da ogni punto panoramico della città.
La mancanza di antichi modelli ai quali fare riferimento fece sì che si privilegiasse l'architettura piuttosto che lo stile; il risultato fu un edificio eclettico, ispirato a forme assiro-babilonesi.
Per gli ebrei romani la Sinagoga rappresenta, oltre che un luogo di preghiera, un fondamentale punto di riferimento culturale ed ospita una mostra permanente della Comunità israelitica di Roma. Fanno capo alla Sinagoga tutti gli organismi religiosi ed amministrativi che regolano la vita della comunità ebraica di Roma.
I 15.000 ebrei romani, non tutti residenti al ghetto, danno vita alla più numerosa ed importante comunità italiana e, pur mantenendo la propria identità, sono modello di integrazione nel tessuto culturale della città.

27 luglio, 2009

Approvato il primo Piano Territoriale Provinciale Generale



Approvato il primo Piano Territoriale Provinciale Generale

Il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti e l’assessore provinciale alle Politiche del Territorio e alla Tutela dell’Ambiente, Michele Civita hanno presentato il primo Piano Territoriale Provinciale Generale (PTPG).
Il Piano, adottato dal Consiglio Provinciale, porterà al trasferimento delle competenze in materia urbanistica dalla Regione Lazio alla Provincia di Roma.

L’obiettivo del PTPG è quello di favorire il funzionamento metropolitano del territorio provinciale con uno sviluppo sostenibile e policentrico che aiuti l’integrazione e l’innovazione.

CHE COSA CAMBIA

Il piano è rivolto a tutti i 121 Comuni della provincia compresa Roma, il cui PRG, definitivamente approvato, è stato recepito nel PTPG tramite un assiduo lavoro di copianificazione.
La definitiva adozione del PTPG, il cui Schema era stato adottato nel febbraio 2008, rappresenta già un momento significativo nella procedura di formazione del Piano, in quanto fa scattare, secondo quanto previsto dalla Legge regionale di riferimento n° 38/99, le norme di salvaguardia. Quindi, con l’adozione del piano, la Regione dovrà acquisire il parere della Provincia nei procedimenti di approvazione dei PRG e delle varianti, fino alla definitiva approvazione del Piano.

Successivamente all’adozione del piano, il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti e il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, convocheranno d’intesa entro 90 giorni la conferenza di copianificazione, che dovrà concludere i suoi lavori entro 30 giorni, per pervenire alla definizione di un Accordo di Pianificazione, che sarà sottoscritto dal Presidente della Regione e dal Presidente della Provincia. L’accordo verrà poi ratificato dalla Giunta Regionale e dal Consiglio Provinciale e sancirà la definitiva approvazione del Piano provinciale.

Successivamente alla pubblicazione del Piano sul BURL, le competenze in materia urbanistica si trasferiranno dalla Regione Lazio alla Provincia di Roma. L’amministrazione provinciale sarà direttamente responsabile nel dare parere di conformità tecnica ai Piani Urbanistici Generali Comunali o alle varianti richieste dai 121 comuni della provincia di Roma, compresa la Capitale.

Le principali novità che il Piano territoriale introduce sono:
Lo strumento della REP (Rete ecologica della Provincia di Roma), che assume la doppia valenza di sistema di valutazione della compatibilità ambientale e di criterio di riordino delle scelte di pianificazione. I Comuni avranno due anni di tempo per adeguare i propri strumenti urbanistici e un periodo di tempo che va da tre a cinque anni per redigere i nuovi PUCG, secondo le prescrizioni e le direttive indicate dal Piano e perseguire così uno sviluppo sostenibile degli insediamenti nel territorio della Provincia.

Uno sviluppo Policentrico del territorio per favorire lo sviluppo dei servizi e dei parchi produttivi di livello metropolitano, intorno alle grandi infrastrutture della mobilità, in particolare vicino alla rete ferroviaria, che si è invecchiata nel corso degli anni e che necessita di una forte cura. Per questo sono stati previsti nuovi investimenti per raddoppiare i binari, per elettrificare le linee, per riqualificare i nodi di scambio, le stazioni e per ristrutturare le reti con nuove tecnologie che garantiscono più sicurezza e aumento dell’offerta. Il Piano mira a creare le condizioni per alleggerire le funzioni e i servizi che oggi gravitano nel centro di Roma, ridistribuendo così opportunità di sviluppo all’hinterland. In questo modo si rafforza il “funzionamento metropolitano” del territorio provinciale, che sarà integrato nella sua diversità di ruoli e funzioni.

EXCURSUS STORICO

I lavori per la redazione del Piano sono iniziati nel dicembre 2004 con la Giunta Gasbarra, predisponendo fin dall’inizio un processo di condivisione e di informazione che si è articolato in varie fasi, anche attraverso incontri con rappresentanti istituzionali dei 121 Comuni della Provincia, di Comunità Montane, Enti Parco, Uffici Provinciali, associazioni ambientaliste, rappresentanti delle parti sociali, al fine di aggiornare i dati relativi agli strumenti urbanistici e agli strumenti della programmazione negoziata ed acquisire domande e bisogni espressi dal territorio.
Dopo l’adozione dello schema del PTPG, lo scorso 14 ottobre è stata avviata la "Conferenza di pianificazione", aperta per oltre un mese alla partecipazione dei cittadini, delle forze sociali, dell’associazionismo e del mondo economico.

Principali modifiche apportate al testo delle Norme di Attuazione del PTPG adottato

Il lavoro di revisione condotto sullo schema delle Norme di Attuazione si è svolto con l’ausilio di tecnici giuristi e urbanisti e ha tenuto conto delle circa mille osservazioni pervenute e dei temi emersi nella Conferenza di pianificazione, che ha svolto i propri lavori dal 14 ottobre 2008 al 18 novembre, con la partecipazione della Regione Lazio, degli Enti locali, delle principali associazioni ed organizzazioni di categoria presenti sul nostro territorio.

Le principali modifiche hanno riguardato:

a semplificazione e lo snellimento delle Norme di attuazione, con l’eliminazione delle citazioni di normative nazionali e regionali o di provvedimenti di altre Amministrazioni, nonché di parti ripetitive o puramente descrittive.
la ricerca di maggiore chiarezza del testo normativo, evitando la sovrapposizione di discipline sugli stessi temi, collegando articoli relativi allo stesso argomento e coordinando il Piano provinciale ai piani sovraordinati, in particolar modo al Piano Paesistico Regionale così da evitare contraddizioni tra la disciplina di salvaguardia e tutela da esso stabilita e la disciplina del Piano provinciale relativa, ad esempio, al Territorio agricolo tutelato.
una rilevante riduzione del numero di norme prescrittive, dalle originali 45 alle attuali 26, al fine di rispettare pienamente le competenze dei Comuni in materia di localizzazioni e regimi urbanistici.
migliore definizione delle procedure, delle prescrizioni e delle direttive che riguardano la redazione dei nuovi Piani Urbanistici Generali Comunali, il dimensionamento degli stessi, la redazione dei Master Plan previsti dei poli di sviluppo delle funzioni strategiche di livello provinciale ecc.
una più efficace “sistematizzazione” dei due temi su cui si è maggiormente dibattuto:
Rete ecologica provinciale (REP)
Disciplina del Territorio agricolo tutelato
che, nella nuova formulazione risultano di più agevole applicazione da parte dei Comuni ai quali è affidato il compito di calare sul loro territorio, in ragione delle loro specifiche esigenze, la Rete Ecologica Provinciale, di cui il Territorio agricolo tutelato è parte essenziale, precisandone gli ambiti attraverso la Rete Ecologica Locale.

PROMEMORIA 27 luglio 1993 L'Italia è colpita da tre autobomba esplose quasi contemporaneamente dopo le 23.15


L'Italia è colpita da tre autobomba esplose quasi contemporaneamente dopo le 23.15: una a Milano, nei giardini di Via Palestro, dove muoiono sei persone (quattro vigili del fuoco, un vigile urbano e un immigrato marocchino); due a Roma, danneggiando gravemente la chiesa di San Giorgio al Velabro e la basilica di San Giovanni in Laterano.

26 luglio, 2009

PROMEMORIA 26 luglio 1953 - Fidel Castro guida un attacco infruttuoso alla Caserma della Moncada, dando il via alla Rivoluzione cubana


Fidel Castro guida un attacco infruttuoso alla Caserma della Moncada, dando il via alla Rivoluzione cubana.
Con la locuzione Rivoluzione cubana si intende il rovesciamento del dittatore cubano Fulgencio Batista da parte del Movimento del 26 di luglio e l'ascesa al potere di Fidel Castro. Il termine è anche usato per indicare il processo, ancora in atto, che tenta di costruire una società tendenzialmente egualitaria secondo i principî marxisti, messo in atto dal nuovo governo cubano dal 1959. Il presente articolo si riferisce esclusivamente alla rivoluzione nei tardi anni cinquanta.
Iniziò con l'attacco alla base militare Moncada il 26 luglio del 1953 e finì l'1 gennaio del 1959, quando Batista scappò da Cuba; Santa Clara e Santiago di Cuba furono prese dalla milizia popolare guidata da Ernesto Che Guevara e Fidel Castro.

25 luglio, 2009

PROMEMORIA 25 luglio 1943 - Seconda guerra mondiale: Benito Mussolini viene costretto a lasciare l'incarico


Seconda guerra mondiale: Benito Mussolini viene costretto a lasciare l'incarico dal Gran Consiglio del Fascismo che vota l'ordine del giorno Grandi, e successivamente viene arrestato a Villa Savoia dai capitani dei Carabinieri Paolo Vigneri e Raffaele Aversa e sostituito al governo da Pietro Badoglio; questo fatto segna la caduta del fascismo.
L'ordine del giorno Grandi fu uno dei tre O.d.G. presentati[1] alla seduta segreta del Gran Consiglio del Fascismo convocata per sabato 25 luglio 1943[2], che sarebbe stata anche l'ultima. L'O.d.G. fu approvato e provocò la caduta di Benito Mussolini aprendo l'ultima fase del regime fascista, caratterizzata dalla Repubblica Sociale Italiana.

Le premesse
L'operazione era stata elaborata in segreto da alcuni mesi[3] da Dino Grandi d'intesa con il re Vittorio Emanuele III. Come si poteva deporre legalmente il Duce? Il Duce poteva essere esautorato solo dal Re. Ma il monarca non ne aveva più il potere, avendolo consegnato tutto al Duce, sia quello di governo sia quello delle Forze armate. Quindi occorreva come prima cosa che fossero ripristinati i poteri costituzionali del Re; il quale poi avrebbe tolto le deleghe del comando militare a Mussolini e le avrebbe assegnate ad altri.
Come fare per "restituire" i poteri costituzionali al Re? I gerarchi si sarebbero rivolti formalmente al monarca, chiedendogli di applicare l'articolo 5 dello Statuto Fondamentale del Regno (meglio noto come Statuto albertino). Era questo l'articolo che attribuiva al Re il Comando Supremo delle Forze Armate, che aveva delegato a Mussolini, e attribuiva al Capo dello Stato ogni decisione di vertice [4]. Lo strumento del Gran Consiglio serviva precisamente allo scopo.
Il compito di parlare a nome dei gerarchi davanti a Mussolini fu assolto da Dino Grandi, sia perché era presidente della Camera, ma anche perché godeva di un grandissimo prestigio [5]. Il piano rappresentava peraltro una mano tesa a Mussolini, cui si forniva una via di uscita che lo sollevava dal pagare per la responsabilità di aver condotto il Paese vicino alla rovina.
La riunione del Gran Consiglio, che non si teneva dal 1939, non fu ovviamente chiesta esplicitamente per deporre il Duce, bensì per esaminare la conduzione militare del conflitto; pare a taluni studiosi assai inverosimile che il Duce, accorto conoscitore e della politica e dei suoi gerarchi, non sospettasse subito l'argomento e non si rendesse conto che il Gran Consiglio aveva in mente di destituirlo, perciò è stata avanzata l'ipotesi (forse confortabile a posteriori dalla condotta dell'interessato durante la riunione) che Mussolini intendesse effettivamente rimettersi alle loro decisioni[6].
Chiesta una prima volta il 13 luglio, Mussolini la respinse. Una nuova richiesta venne fatta il 16. Tre giorni dopo, Mussolini, di ritorno dall'incontro con Hitler presso Feltre (BL), la concesse appunto per la sera del 24.

La seduta
I lavori ebbero inizio poco dopo le 17. I consiglieri erano tutti in uniforme fascista con sahariana nera. Il segretario del partito fascista, Carlo Scorza chiamò l'appello, ma per il resto della seduta l'attività di segreteria fu svolta dallo staff della Camera dei fasci e delle corporazioni al seguito di Dino Grandi, presidente di quel ramo del Parlamento [7].
Dopo che Mussolini ebbe riassunta la situazione bellica, Grandi e Farinacci illustrarono i loro O.d.G. In sostanza entrambi chiedevano il ripristino "di tutte le funzioni statali" e invitavano il Duce a restituire il Comando delle Forze armate al Re.
Presero la parola alcuni gerarchi, ma non per affrontare gli argomenti degli O.d.G., bensì per fare chiarimenti o precisazioni. Si attendeva un intervento incisivo del Capo del governo. Mussolini, invece, affermò impassibile di non avere nessuna intenzione di rinunciare al Comando militare. Si avviò il dibattito che si protrasse fin oltre le undici di sera. Grandi diede un saggio delle sue grandi capacità oratorie: dissimulando abilmente lo scopo reale del suo O.d.G., si produsse in un elogio sia di Mussolini che del Re.
Successivamente Carlo Scorza diede lettura di due missive indirizzate a Mussolini in cui il segretario del partito chiedeva al Duce di lasciare la direzione dei ministeri militari. I presenti rimasero molto colpiti, sia dal contenuto, sia dal fatto stesso che Mussolini avesse autorizzato Scorza a leggerle in quella sede. Quando si era arrivati ben oltre le undici di sera, la seduta venne sospesa. Alla ripresa, Bottai si espresse a favore dell'O.d.G. Grandi. Poi prese la parola Carlo Scorza, che invece invitò i consiglieri a non votarlo e presentò un proprio O.d.G. a favore di Mussolini.
Alcuni presenti valutarono nell'O.d.G. Grandi solamente il fatto che Mussolini veniva "sgravato dalle responsabilità militari" e, al contempo, la monarchia veniva chiamata all'azione, "traendola dall'imboscamento" (come dirà a posteriori Tullio Cianetti). Non si rendevano conto di quali enormi conseguenze avrebbe avuto un loro eventuale voto favorevole sull'assetto del regime. Alla fine del dibattito, i consiglieri si aspettavano un cenno di Mussolini.
Di solito egli riassumeva la discussione e i presenti si limitavano a prendere atto di quello che aveva detto. In quest'occasione, invece il Capo del governo non espresse alcun parere e, adottando un atteggiamento passivo, decise di passare subito alla votazione degli O.d.G. Inoltre, anziché cominciare da quello di Scorza, fece iniziare da quello di Grandi. Questa decisione di "disimpegno" fu fondamentale ed impresse una svolta decisiva all'esito della riunione.

La votazione
I 28 componenti del Gran Consiglio furono chiamati a votare per appello nominale. La votazione sull'ordine del giorno Grandi si concluse con:
19 voti a favore (Dino Grandi, Giuseppe Bottai, Luigi Federzoni, Galeazzo Ciano, Cesare Maria De Vecchi, Alfredo De Marsico, Umberto Albini, Giacomo Acerbo, Dino Alfieri, Giovanni Marinelli, Carluccio Pareschi, Emilio De Bono, Edmondo Rossoni, Giuseppe Bastianini, Annio Bignardi, Alberto De Stefani, Luciano Gottardi, Giovanni Balella e Tullio Cianetti che il giorno dopo scrisse a Mussolini ritrattando il suo voto);
8 voti contrari (Carlo Scorza, Roberto Farinacci, Guido Buffarini-Guidi, Enzo Galbiati, Carlo Alberto Biggini, Gaetano Polverelli, Antonino Tringali Casanova, Ettore Frattari);
un astenuto (Giacomo Suardo).
Dopo l'approvazione dell'O.d.G. Grandi, Mussolini ritenne inutile porre in votazione le altre mozioni e tolse la seduta. Alle 2,40 i presenti lasciarono la sala.

Le conseguenze
L'indomani, 25 luglio, Mussolini si recò a colloquio con il Re, che gli comunicò la sua sostituzione con il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio. Alle 22,45 dello stesso giorno la radio interruppe le trasmissioni e diffuse il seguente comunicato:
« Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni da Capo del Governo, Primo ministro e Segretario di Stato, presentato da S. E. il Cav. Benito Mussolini, e ha nominato Primo ministro e Segretario di Stato, S.E.il Maresciallo d'Italia Cav. Pietro Badoglio. »
Badoglio, per non destare sospetti nei confronti dei tedeschi, pronunciò, in un discorso radiofonico alla nazione, queste parole:
« […] La guerra continua a fianco dell'alleato germanico. L'Italia mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni […]. »
Nessuno, tra la gente, sapeva che cosa era stato di Mussolini. L'intera giornata del 26 trascorse senza avvenimenti di rilievo. Solo la mattina del 27, martedì, la stampa diede notizia che il Gran Consiglio, nella notte tra il 24 e il 25, aveva votato l'ordine del giorno di Dino Grandi con la conseguente assunzione dei poteri da parte del Re[8].
Badoglio instaurò un governo tipicamente militare. Dietro suo ordine il 26 luglio il Capo di Stato Maggiore, Gen. Mario Roatta diramava una circolare telegrafica alle forze dell'ordine ed ai distaccamenti militari la quale disponeva che chiunque, anche isolatamente, avesse compiuto atti di violenza o ribellione contro le forze armate e di polizia, o avesse proferito insulti contro le stesse e le istituzioni fosse passato immediatamente per le armi. La circolare ordinava inoltre che ogni militare impiegato in servizio ordine pubblico che avesse compiuto il minimo gesto di solidarietà con i perturbatori dell'ordine, o avesse disobbedito agli ordini, o avesse anche minimamente vilipeso i superiori o le istituzioni fosse immediatamente fucilato. Gli assembramenti di più di tre persone andavano parimenti dispersi facendo ricorso alle armi e senza intimazioni preventive o preavvisi di alcun genere.
Il 28 luglio a Reggio Emilia i soldati spararono sugli operai delle officine Reggiane facendo 9 morti. Nello stesso giorno a Bari si contarono 9 morti e 40 feriti. In totale nei soli 5 giorni seguenti al 25 luglio i morti in seguito ad interventi di polizia ed esercito furono 83, i feriti 308, gli arrestati 1.500[9].
Nei giorni seguenti il nuovo esecutivo iniziò a prendere contatti con gli alleati per trattare la resa. Poche settimane dopo, il 3 settembre, il governo firmò con gli Alleati l'armistizio di Cassibile, che venne reso noto l'8 settembre.
Costituita la Repubblica Sociale Italiana il 28 settembre 1943 ad opera di Mussolini liberato dalle SS tedesche, i membri del Gran Consiglio che avevano votato a favore dell'ordine del giorno Grandi furono condannati a morte come traditori nel processo di Verona, tenutosi dall'8 al 10 gennaio 1944; Cianetti, grazie alla sua ritrattazione, scampò alla pena capitale e venne condannato a 30 anni di reclusione. Tuttavia i repubblichini riuscirono ad arrestare solo 5 dei condannati a morte (Ciano, De Bono, Marinelli, Pareschi e Gottardi) che furono giustiziati mediante fucilazione l'11 gennaio 1944.

24 luglio, 2009

"La via Lattea": la Provincia di Roma con l'Ospedale Bambino Gesù per la salute dei neonati


"La via Lattea": la Provincia di Roma con l'Ospedale Bambino Gesù per la salute dei neonati

Scende in campo la Provincia di Roma con l'obiettivo di triplicare entro un anno il latte umano donato e conservato nella "Banca" dell'ospedale pediatrico Bambino Gesù.

Tutto ciò consentirà di salvare la vita a bambini nati prematuri, con malformazioni o malattie rare.

Grazie al progetto "La Via Lattea", presentato a Palazzo Valentini, parte infatti un'esperienza unica in Italia che vedrà impegnate 5 pattuglie della Polizia Provinciale per la raccolta "a domicilio" di latte umano, da parte di neomamme residenti nei 121 Comuni della Provincia che aderiranno all'iniziativa.

La stessa Polizia Provinciale, una volta raccolto il latte, si occuperà di consegnarlo direttamente alla Blud, Banca del Latte Umano Donato, dell'ospedale Bambino Gesù, l'unico centro presente nella regione Lazio.

Nel presentare l'iniziativa il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti ha affermato: "Oggi inauguriamo una stagione di collaborazione con l'ospedale Bambino Gesù che per noi è motivo di orgoglio". "Questo progetto - ha aggiunto - si inserisce nelle azioni positive della Provincia di Roma che è protesa all'individuazione di bisogni concreti, nel tentativo di dare risposte".

Entro un anno, infatti, si punta ad arrivare a quota 390 litri di latte donato ogni mese, dagli attuali 130.

“Vogliamo stimolare una cultura della donazione – ha sottolineato l'assessore provinciale alle Politiche Sociali Claudio Cecchini – contro gli egoismi e le chiusure, per creare una società aperta e solidale".

Da parte sua il presidente dell'ospedale pediatrico Bambino Gesù, Giuseppe Profiti ha spiegato: "La composizione del latte umano è unica: il valore aggiunto di questa iniziativa è che consente anche una crescita scientifica, perché con il latte umano accresce anche la possibilità di fare diagnosi e terapie di malattie rare, soprattutto legate al metabolismo".

Il progetto "La Via Lattea", che a seconda delle richieste coinvolgerà in futuro anche i volontari della Protezione Civile, fornirà alle madri donatrici un tiralatte elettrico e dei contenitori sterili.

Oltre al set completo per la donazione, alle neomamme che parteciperanno all'iniziativa "sarà anche distribuito un seggiolino per il trasporto in auto dei bambini ed un corso di sicurezza stradale" ha spiegato l'assessore provinciale alla Sicurezza Ezio Paluzzi, che ha sottolineato come la mortalità infantile legata al mancato o al cattivo uso del seggiolino rappresenta il 50% del totale della mortalità infantile per incidenti stradali in Italia

PROMEMORIA 24 luglio 1974 - Scandalo Watergate


Scandalo Watergate: La Corte Suprema degli Stati Uniti sentenzia all'unanimità che il Presidente Richard Nixon non ha l'autorità per trattenere i nastri della Casa Bianca e gli intima di consegnarli al procuratore speciale che indaga sul caso.

I nastri
Le udienze tenute dal Comitato senatoriale sul Watergate, in cui il consigliere della Casa Bianca John Dean era il principale testimone e in cui molti altri ex impiegati in posti chiave dell'amministrazione diedero una testimonianza drammatica, furono messe in onda dal 17 maggio al 7 agosto, causando un danno politico devastante a Nixon. Fu stimato che l'85% degli americani possessori di tv si sintonizzò almeno per una porzione delle udienze.
Cosa più nota, il senatore repubblicano Howard Baker del Tennessee formulò la memorabile domanda "Cosa sapeva il presidente e quando venne a saperlo?" che per la prima volta focalizzò l'attenzione sul ruolo personale di Nixon nello scandalo.
Il 13 luglio, il vice consigliere del Comitato Watergate Donald G. Sanders chiese ad Alexander Butterfield, vice assistente al presidente, se ci fosse un qualche tipo di sistema di registrazione alla Casa Bianca. Butterfield rispose che sebbene fosse riluttante a dirlo, c'era un sistema che automaticamente registrava ogni cosa nello Studio Ovale. La rivelazione scioccante trasformò radicalmente le indagini sul Watergate. I nastri furono subito citati contemporaneamente dal procuratore speciale (special prosecutor colui che si occupa delle indagini) Archibald Cox e dal senato, perché potevano provare se Nixon o Dean stavano dicendo la verità sugli incontri chiave.
Nixon rifiutò usando il principio del privilegio dell'esecutivo e ordinò a Cox, attraverso il ministro della giustizia Richardson, di lasciar cadere la sua citazione in giudizio. Il rifiuto di Cox portò al "massacro del sabato sera" il 20 ottobre 1973, quando Nixon obbligò alle dimissioni il procuratore generale Richardson e il suo vice William Ruckelshaus, in cerca di qualcuno al Dipartimento di giustizia intenzionato a licenziare Cox. Questa ricerca finì con l'avvocato generale Robert Bork che fece quanto gli era stato chiesto e licenziò il procuratore speciale Cox. Le asserzioni di malfunzionamento del governo indussero Nixon alla famosa frase, "non sono un imbroglione" (I'm not a crook), il 17 novembre di fronte a 400 editori dell'Associated Press riuniti al Walt Disney World in Florida.
Nixon, comunque, fu forzato a permettere l'insediamento di un nuovo procuratore speciale, Leon Jaworski, che continuò l'indagine. Mentre continuava a rifiutare di mostrare i nastri originali, Nixon acconsentì a rilasciare un gran numero di trascrizioni di essi. Queste confermavano largamente il resoconto di Dean, e causarono ulteriore imbarazzo quando si venne a sapere che era stata cancellata una parte cruciale di 18 minuti e mezzo di un nastro, che non era mai stata fuori dalla custodia della Casa Bianca. La Casa Bianca accusò di ciò la segretaria di Nixon, Rose Mary Woods, che disse di aver accidentalmente cancellato il nastro schiacciando il pedale sbagliato rispondendo al telefono. Ad ogni modo, viste le foto che riempivano le pagine dei giornali, il tentativo di rispondere al telefono e contemporaneamente schiacciare il pedale avrebbe richiesto uno stiramento quantomeno da ginnasta professionista. La donna disse che aveva mantenuto quella posizione per 18 minuti e mezzo. Più tardi le analisi forensi determineranno che il vuoto era stato cancellato ripetutamente - circa nove volte - escludendo l'ipotesi della "cancellazione casuale".
La questione dei nastri alla fine arrivò alla Corte suprema. Il 24 luglio 1974 la corte affermò all'unanimità che la richiesta di Nixon di usare il privilegio dell'esecutivo sui nastri era inammissibile e inoltre gli ordinarono di consegnarli a Jaworski. Il 30 luglio Nixon eseguì l'ordine e rilasciò i nastri incriminati.

23 luglio, 2009

Marrazzo: "Costruiamo insieme il futuro oltre la crisi"


Marrazzo: "Costruiamo insieme il futuro oltre la crisi"

"Uno che fa il Presidente di una Regione colpita come le altre da questo tsunami ha un solo compito, un solo dovere: costruire il futuro oltre la crisi, costruirlo insieme. Insieme con le altre istituzioni, insieme con la politica, insieme con i sindacati, insieme con le imprese". Così il Presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, ha presentato oggi, all'Auditorium Parco della Musica a Roma, il patto 'Il futuro oltre la crisi', co-promosso con Cgil, Cisl e Uil e con il patrocinio del Cnel. Un patto in 39 punti per costruire il Lazio di domani oltre la crisi economica.

"In questi anni - ha ricordato Marrazzo - abbiamo dovuto combattere con il più clamoroso debito sanitario della storia delle Regioni; abbiamo evitato che sui rifiuti il Lazio diventasse come la Campania; sbloccato i fondi europei per la formazione; approvato il piano per affrontare l'emergenza abitativa; siamo diventati la Regione leader per le energie rinnovabili e abbiamo approvato tante legge importanti". Ma questo non è bastato, secondo Marrazzo, e adesso si è sottoscritto il patto con i sindacati per far ripartire al Regione. "Già dallo scorso anno - ha sottolineato il Presidente della Regione Lazio - sulla crisi e sulle misure necessarie ad affrontarla abbiamo voluto aprire una linea di dialogo forte e continua sia con le forze sindacali sia con quelle imprenditoriali, avendo ben presente che la prima esigenza deve essere quella di remare tutti nella stessa direzione".

E deve essere questo, secondo Marrazzo, il punto centrale del patto: "E' l'anima del patto contro la crisi che abbiamo siglato con le rappresentanze sindacali del Lazio, un sindacato responsabile, consapevole e coraggioso". Marrazzo ha quindi ringraziato i segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil, Claudio Di Berardino, Franco Simeoni e Luigi Scardaone, che hanno partecipato alla presentazione: "Sono stati compagni di viaggio - ha ricordato Marrazzo - con i quali abbiamo costruito un accordo che ha la coesione come elemento distintivo e orizzonte indispensabile e come principio l'etica della responsabilità, in capo a chi governa e a chi è classe dirigente".

Per Marrazzo, il patto può rappresentare una prova concreta di federalismo 'di fatto': "Oggi l'agenda della politica - ha rimarcato - è drammaticamente scollegata da quella dei bisogni dei cittadini, dei lavoratori e delle imprese. Noi siamo qui, per tentare di riconnettere, di ricollegare, di riconciliare queste due agende. Questo - ha sottolineato Marrazzo - è il momento in cui la politica deve ritornare in campo, deve ritrovare la propria anima, senza avvilupparsi su se stessa".

Il Presidente della Regione Lazio ha quindi parlato dei punti inseriti nel patto: "Abbiamo siglato - ha spiegato - un patto in 39 punti, che evidenzia gli impegni prioritari in tutti i settori dell'azione di governo. Il patto non contiene progetti faraonici, ma azioni veloci e possibili, con effetti immediati sulla vita delle imprese e, soprattutto, su quella delle persone e dei lavoratori". Per Marrazzo, è infatti necessario rispondere ai bisogni e ai problemi dei cittadini. "Ecco cosa mi scrive - ha raccontato Marrazzo - un cinquantenne romano: 'sono un programmatore disoccupato, non riesco più a fare la spesa... trovo lavori saltuari di due-tre mesi... come posso fare?'". Per questi casi e per queste storie, secondo Marrazzo, non è più possibile aspettare. "Il primo punto - ha sottolineato il governatore del Lazio - è quello del sostegno ai cittadini che sono rimasti indietro. Ecco perché abbiamo varato, prima Regione in Italia, il reddito minimo, e siamo pronti ad aumentarne le risorse fino a 135 milioni di euro in tre anni". Una proposta che, secondo Marrazzo, dovrà ottenere un sostegno bipartisan. "Mi auguro che su questa proposta ci sia un consenso ampio: il reddito minimo non è di destra né di sinistra; sostenere la domanda interna è un fattore imprescindibile per rimettere in moto il paese".

Marrazzo ha quindi ricordato i risultati già raggiunti dalla Giunta regionale. "Abbiamo destinato - ha elencato il Presidente - fondi per il microcredito e per le famiglie gravate da mutui prima casa; abbiamo anticipato la cassa integrazione ai lavoratori delle aziende in crisi; stiamo rendendo disponibile la banda larga per il 95% della popolazione del Lazio; e abbiamo aumentato di 5.000 unità i posti negli asili nido, un altro dei 39 punti che abbiamo raggiunto, raddoppiandolo rispetto a quanto previsto". Un successo che, secondo Marrazzo, è il frutto del lavoro di tutti.

E la Regione si è mossa anche sulle opere pubbliche. "Abbiamo fatto ripartire - ha ricordato Marrazzo - i lavori attesi da decenni sulla Orte-Civitavecchia; abbiamo fissato un ampio programma di opere pubbliche incentrato su infrastrutture realizzabili in tempi brevi, con risorse già disponibili e l'obiettivo è quello di non fermarci qui". Ma per continuare su questa strada, secondo Marrazzo, è necessario siglare altri patti con il mondo dell'impresa: "Con le associazioni di rappresentanza delle aziende abbiamo già raggiunto obiettivi concreti e importanti, come testimonia l'azione del comitato straordinario per il credito, che in pochi mesi ha sciolto nodi irrisolti da anni. Abbiamo insieme, Regione e mondo delle imprese, messo ordine nelle strutture regionali di supporto al credito, rivitalizzando Banca Impresa Lazio, riportando in house Unionfidi, sostenendo e integrando nel sistema la rete dei Confidi".

Per Marrazzo, è importante che il patto per la crisi sia costantemente monitorato: "Siamo partiti dalla concertazione - ha spiegato - e siamo andati oltre: ecco perché stiamo istituendo un tavolo mensile permanente di confronto con tutte le forze imprenditoriali e sindacali per sostenere e controllare la realizzazione dei 39 punti. Troppo spesso - ha ricordato il Presidente - i tempi di attuazione dei provvedimenti assunti si dilatano eccessivamente. La vera discriminante è quella della tempestività delle misure, mentre la politica spesso si accontenta degli annunci e il fattore tempo è solo una variabile indipendente".

Marrazzo, nel suo intervento, ha toccato anche il tema del rientro dal deficit della sanità. "So di aver affrontato - ha rimarcato - il piano di rientro con serietà e di aver accettato con spirito di leale collaborazione un commissariamento complesso e che prevedeva anche misure impopolari. Quel dialogo ha portato risultati positivi per la nostra comunità, il deficit è stato dimezzato e l'impegno è la costruzione della nuova sanità del Lazio, che guarda per prima cosa al territorio". E i primi risultati sono stati già raggiunti, come ha ricordato Marrazzo: "Penso al piano 'Marshall' per le Rsa che è dentro il patto contro la crisi, per accreditare entro la fine dell'anno mille posti di residenze per anziani; penso alla centralizzazione degli acquisti e alla fatturazione che sono già realtà. Tutto ciò - ha ricordato Marrazzo - consente ai fornitori del sistema sanitario di poter contare su pagamenti certi a 180 giorni".

Un risultato frutto, secondo Marrazzo, del dialogo e del senso di responsabilità di tutti gli attori in campo, a cominciare dai sindacati. "Oggi - ha detto Marrazzo - abbiamo i conti in ordine, grazie al sacrificio dei cittadini e delle imprese che pagano più Irpef e Irap per non creare ulteriore debito da riversare sulle spalle dei nostri figli". E, per soddisfare le esigenze dei cittadini, secondo Marrazzo, è necessaria la coesione tra le istituzioni in modo da raggiungere gli obiettivi del patto. "Ci sono nel patto cinque simboli che costituiscono altrettanti banchi di prova per misurare la capacità di coesione del sistema Lazio, raggiungibili solo con il concorso solidale di tutti i protagonisti della vita istituzionale ed economica della regione".

PROMEMORIA 23 luglio 1929 - Il fascismo bandisce l'uso di parole straniere da ogni comunicazione scritta e orale


Il fascismo bandisce l'uso di parole straniere da ogni comunicazione scritta e orale.
Il fascismo fu un movimento politico italiano del XX secolo, rivoluzionario e reazionario[1], di carattere nazionalista, autoritario e totalitario, che sorse in Italia per iniziativa di Benito Mussolini alla fine della prima guerra mondiale.
Di ispirazione sindacal-corporativa, combattentistica[2], socialista revisionista[3] e organicista[4], raggiunse il potere nel 1922 con la Marcia su Roma[5] e si costituì in dittatura nel 1925. Il fascismo descrive sé stesso come una terza via alternativa a capitalismo liberale e comunismo marxista, basata su una visione interclassista, corporativista e totalitaria dello Stato. Radicalmente e violentemente contrapposto al comunismo e pur riconoscendo la proprietà privata, il fascismo rifiuta infatti anche i principi della democrazia liberale.
Nacque contemporaneamente come reazione alla Rivoluzione Bolscevica del 1917 e alle lotte sindacali, operaie e bracciantili, culminate nel Biennio rosso[6] in parte in polemica con la società liberal-democratica uscita lacerata dall'esperienza della prima guerra mondiale,[7] unendo aspetti ideologici tipici dell'estrema destra (nazionalismo, militarismo, espansionismo, meritocrazia) con quelli dell'estrema sinistra (primato del lavoro, rivoluzione sociale e generazionale, sindacalismo rivoluzionario soreliano), inserendovi elementi ideali originali e non, quali l'aristocrazia dei lavoratori e dei combattenti, la concordia fra le classi (organicismo),[8] il primato dei doveri dell'uomo sui diritti (originariamente concepito da Giuseppe Mazzini), e il principio gerarchico, portato al suo culmine dell'obbedienza cieca e pronta al capo di alcuni reparti d'assalto (Arditi) durante la grande guerra[9]
Si riporta qui la definizione di fascismo data, nel 1921, da colui che ne fu l'ideatore e il capo, Benito Mussolini:
« Il Fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie: governare la Nazione. Con quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano. Parliamo schietto: Non importa se il nostro programma concreto, non è antitetico ed è piuttosto convergente con quello dei socialisti, per tutto ciò che riguarda la riorganizzazione tecnica, amministrativa e politica del nostro Paese. Noi agitiamo dei valori morali e tradizionali che il socialismo trascura o disprezza, ma soprattutto lo spirito fascista rifugge da tutto ciò che è ipoteca arbitraria sul misterioso futuro. »
(Benito Mussolini, 19 agosto 1921 - Diario della Volontà)
Il giornalista, politico e antifascista Piero Gobetti nel 1922, riconduceva il fascismo alla tendenza all'autoritarismo tipica della cultura italiana, che a suo parere rifugge dal confronto delle idee e predilige invece la disciplina dello stato forte
« il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l'autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco[10] »
Fra le innumerevoli interpretazioni successive del fascismo si riportano le seguenti di Lelio Basso (1961):
« Il fascismo è stato un fenomeno più complesso, in cui hanno confluito e si sono incontrate componenti diverse, ciascuna delle quali aveva naturalmente le sue radici nella precedente storia d'Italia per cui è assurdo parlare del fascismo come di una parentesi che bruscamente interrompe il corso della nostra storia, ma neppure si può affermare che esso sia semplicemente il logico punto d'approdo di questo corso precedente. Se il fascismo trova indubbiamente le sue origini nel nostro passato risorgimentale, se le componenti (...) sono venute maturando attraverso il tempo talché si può dire che costituiscano dei filoni ininterrotti tuttavia ciò che determinò il loro incontro in una sintesi nuova fu la guerra mondiale e la crisi del dopoguerra che, virulentando i germi preesistenti, fece esplodere in forma acuta quelle che erano state fin allora delle malattie croniche del nostro organismo. Ci sono quindi nel fascismo elementi di continuità ed elementi di novità e di rottura rispetto alla storia precedente: gli elementi di continuità sono appunto quelle malattie croniche, quegli squilibri tradizionali che in parte affondano le loro radici nei secoli passati e in parte sono un portato del processo risorgimentale, del modo cioè come l'Italia giunse ad essere uno Stato unitario e moderno, mentre l'elemento di novità è la virulentazione sopravvenuta con la guerra e il dopoguerra che, mettendo in crisi i precari equilibri precedenti, fa scoppiare tutte le contraddizioni e precipita la situazione italiana fino al punto di rottura, determinando una sintesi nuova, un equilibrio nuovo, un fenomeno nuovo che appunto s'è chiamato fascismo.[11] »
e quella recente (2002) dello storico Emilio Gentile:
« un fenomeno politico moderno nazionalista rivoluzionario antiliberale antimarxista organizzato in un partito milizia con una concezione totalitaria della politica e dello Stato con un’ideologia attivistica e antiteoretica, a fondamento mitico, virilistica e antiedonistica, sacralizzata come religione laica, che afferma il primato assoluto della nazione, intesa come comunità organica etnicamente omogenea, gerarchicamente organizzata in uno Stato corporativo, con una vocazione bellicosa alla politica di grandezza, di potenza e di conquista mirante alla creazione di un nuovo ordine e di una nuova civiltà. [12] »

22 luglio, 2009

Lavoro, Tibaldi: "Al via primi pagamenti per cassa integrazione 2.700 lavoratori"


Lavoro, Tibaldi: "Al via primi pagamenti per cassa integrazione 2.700 lavoratori"

"Grazie all'impegno della Regione sono stati adottati, a pochi giorni dalla firma della convenzione con l'Inps, i primi provvedimenti di autorizzazione al pagamento della cassa integrazione in deroga per 86 imprese e circa 2.700 lavoratrici e lavoratori". Ad annunciarlo è l'assessore regionale al Lavoro, Alessandra Tibaldi, dopo la stipula della convenzione con l'Inps del 13 luglio.
"I provvedimenti adottati - spiega l'assessore Tibaldi - consentiranno l'erogazione di assegni mensili di circa 800 euro. Così si permetterà l'accesso agli ammortizzatori sociali anche a dipendenti di imprese che non ne avrebbero diritto sulla base della legislazione ordinaria. Si tratta, per esempio, di lavoratori di aziende con meno di 15 addetti, di settori non coperti dalla Cig, apprendisti, lavoratori interinali ecc, che potranno così ottenere un sostegno al reddito che consenta loro di affrontare la crisi economica in corso".
Nel dettaglio "sono 86 le aziende che hanno richiesto l'autorizzazione alla Cig sulla base degli accordi sindacali già raggiunti. Si tratta - continua Tibaldi - di imprese operanti in vari settori produttivi, dal commercio al turismo, dalla sanità all'assistenza sociale. Questo ci indica quanto grave sia la crisi in atto, che sta colpendo i comparti più diversi. Con questi provvedimenti abbiamo assicurato mediamente 7/8 mesi di cassa integrazione in deroga, tenendo conto che lo stop
produttivo e' iniziato tra gennaio ed aprile, in modo da permettere di superare il periodo più negativo della crisi".

"La spesa prevista da questi interventi - spiega l'assessore- è di oltre 48 milioni di euro, cui vanno
aggiunti quelli destinati alla mobilità ed alle autorizzazioni già autorizzati. Vengono così quasi esauriti i primi 60 milioni di euro resi disponibili dal Ministero del Lavoro come prima tranche sulla base dell'Accordo con la Regione Lazio sugli ammortizzatori in deroga. Altre richieste di cassa integrazione in deroga potranno essere autorizzate a fronte del rispetto degli impegni assunti dal Ministero e dalla messa disposizioni di fondi nazionali, cui si aggiungerà il cofinanziamento regionale di risorse comunitarie del Fondo Sociale Europeo".
"Continueremo a batterci - conclude Tibaldi - perché a ogni lavoratore e lavoratrice colpito dalla crisi sia riconosciuta una forma di reddito che li aiuti ad andare avanti. Il nostro impegno e' quello di sostenere al tempo stesso il tessuto economico e sociale del nostro territorio così da permettere una rapida ripresa nell'ottica di un welfare rinnovato".

PROMEMORIA 22 luglio 1942 - Olocausto: Inizia la deportazione sistematica degli Ebrei dal ghetto di Varsavia


Olocausto: Inizia la deportazione sistematica degli Ebrei dal ghetto di Varsavia.
Il ghetto di Varsavia fu istituito dal regime nazista nel 1940 nella città vecchia di Varsavia, fu il più grande ghetto europeo. La zona, conosciuta come l'antico "ghetto ebraico" di Varsavia, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale era abitata, in prevalenza da ebrei, i quali costituivano la più grande comunità ebraica dopo quella di New York.
Il quartiere chiamato Nalewki era pieno di condomini e privo di spazi verdi, si parlavano l'yiddish, l'ebraico e il russo (dagli ebrei che erano fuggiti dalla Russia) e gli abitanti avevano la libertà di spostarsi e stabilirsi anche negli altri quartieri della città.
Con l'inizio della guerra, i nazisti trasformarono l'intera zona in ghetto[1] erigendo il 16 novembre 1940 un muro che la circondava completamente e iniziando un processo di distruzione e devastazione che culminò nel 1943, quando il 19 aprile l'Organizzazione ebraica di combattimento si rivoltò alla presenza tedesca con lo scopo di sfidare i nazisti e morire con dignità ed onore; il ghetto fu completamente raso al suolo.
Già precedentemente erano state uccise centinaia di migliaia di persone: all'inizio, il ghetto ospitava 450.000 ebrei, che occupavano circa il 4% della superficie totale del comune di Varsavia pur rappresentando il 30% della popolazione; questo causò immaginabili problemi di sovraffollamento e gli abitanti del ghetto furono costretti a vivere anche in dieci dentro ad una sola stanza.
Lo "Judenrat" [modifica]

Ufficialmente, esisteva un'amministrazione, il Consiglio Ebraico (Judenrat), ma si trattava solo di una copertura per eseguire ordini nazisti: sterminare gli abitanti del ghetto, creando condizioni drammatiche e adottando la strategia della paura e del terrore. Introdussero il lavoro schiavistico nelle fabbriche ebraiche, dopo essersene impadroniti e nell'estate del 1942 cominciò l'evacuazione del ghetto e il trasporto degli abitanti verso i campi di sterminio (principalmente Treblinka) dove trovarono la morte oltre 300.000 persone nelle camere a gas.
Dopo la fine della guerra, la zona fu completamente ricostruita con complessi residenziali ma vi sono stati costruiti numerosi monumenti in memoria degli orrori.

La "Via della Memoria"
La "Via della Memoria" (Trakt Męczeństwa i Walki Żydów), all'interno dell'antico ghetto, ricorda oggi le atrocità commesse in quegli anni. Si parte dal Monumento agli Eroi del Ghetto (Pomnik Bohaterów Getta), eretto nel 1948 dallo scultore Natan Rapaport e dall'architetto Marek Suzin. Il monumento rappresenta uomini, donne e bambini che lottano tra le fiamme che lentamente divorano il ghetto e una processione di ebrei condotti ai campi di concentramento dalle baionette naziste.
Il percorso della Via della Memoria è segnato da 16 blocchi di granito, con iscrizioni in polacco, yiddish ed ebraico, che commemorano i 450.000 ebrei uccisi nel ghetto e gli eroi della rivolta.
Poco lontano si trova anche il "Monumento al Bunker" (Pomnik Bunkra), un grosso masso posto su una collinetta che ricorda la posizione del bunker dal quale Mordechaj Anielewicz dette inizio alla rivolta. Alla fine, fece esplodere il bunker e si suicidò.
La Via della Memoria termina al "Monumento dell'Umschlagplatz" (Pomnik Umschlagplatz), finito nel 1988, nello stesso punto in cui circa 300.000 ebrei vennero caricati su vagoni bestiame e spediti nei campi di concentramento. La forma, infatti, ricorda proprio quella di un vagone del treno; è in blocchi di marmo nero e bianco e sulla sua superficie sono incisi i nomi di centinaia di abitanti del ghetto.
Il 7 dicembre 1970, nel corso di una visita ufficiale all'ex ghetto, il cancelliere tedesco Willy Brandt, in omaggio alle vittime e come segno di riconciliazione, s'inginocchiò spontaneamente davanti ad uno dei monumenti, sorprendendo tutto il mondo e compiendo un passo importantissimo nel disgelo tra la Germania ed i Paesi dell'Est.

21 luglio, 2009

Al via il progetto "Biblioteche del mondo"


Al via il progetto "Biblioteche del mondo"

Il progetto si chiama 'Biblioteche del mondo' e coinvolge otto Comuni del territorio provinciale: Anzio, Bracciano, Fiumicino, Ladispoli, Lanuvio, Mazzano Romano, Tivoli e Zagarolo. L’iniziativa è stata promossa dall'assessorato alle Politiche culturali della Provincia di Roma per favorire efficaci dinamiche di scambio e di incontro sociale.

Alla presentazione odierna del progetto – che partirà a pieno regime nel mese di settembre – hanno partecipato il Presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, la Vicepresidente e assessore alle Politiche culturali Cecilia D' Elia e Claudio Cecchini, assessore alle politiche sociali e per la famiglia. Sono intervenuti all’evento anche Ribka Sibhatu, scrittrice e rappresentante per le associazioni ' No.Di' e ' Lipa', Mohamed Tailmoun, portavoce dei giovani di ' G2: seconda generazione' e Igiaba Scego, scrittrice.

"Questa iniziativa – ha sottolineato il presidente Nicola Zingaretti - fa parte del progetto strategico e culturale che vogliamo mettere in campo nella nostra Provincia. La conoscenza è il miglior antidoto contro la paura ed è lo strumento per diventare cittadini migliori ".

"Biblioteche del Mondo – ha spiegato la D' Elia - e' un progetto che risponde alla nostra voglia di dare un luogo d' incontro e di scambio. Interculturale e' la chiave di lettura del nostro territorio”.
“La biblioteca – ha proseguito l’assessore D’Elia – e' un luogo d' incontro ed e' qui che offriamo uno scaffale interculturale che conterrà testi italiani tradotti in diverse lingue, classici letterari di altri paesi, e iniziative laboratoriali che coinvolgeranno sopratutto i bambini".

"Vorrei sottolineare il valore politico e culturale di questa iniziativa – ha affermato Claudio Cecchini, assessore alle Politiche sociali e per la famiglia – in quanto nell' immaginario collettivo immigrazione vuol dire cronaca nera, illegalità e forme di assistenza sociale, invece e' soprattutto una risorsa”.

“Il mondo della cultura – ha aggiunto – si pone come luogo dove rendere protagoniste le ' culture altre', e le prime iniziative di ' Biblioteche nel Mondo' saranno rivolte a 2 categorie importanti di immigrati: le ' tate', che ormai sono componente strutturale e indispensabile per il nostro sistema di welfare, e i bambini, sia quelli nati in Italia da genitori stranieri,
sia quelli cresciuti nel nostro Paese".

Due, dunque, i progetti messi in campo: il primo si chiama 'I nuovi cittadini - la seconde generazioni si raccontano', il secondo si intitola ' Cosi' vicine cosi' lontane: consumi e bisogni culturali di tate, colf e badanti'

La prima iniziativa è stata organizzata in collaborazione con ' Rete G2 - seconda generazione', organizzazione nazionale fondata dai figli di immigrati nati o cresciuti in Italia. L' offerta di questo laboratorio si articolerà in un 'laboratorio di sceneggiatura' per la realizzazione di un fotoromanzo sulla cittadinanza e in un 'laboratorio di scrittura' per la raccolta di testi per un nuovo volume sulle seconde generazioni.

Il progetto ' Cosi' vicine cosi' lontane: consumi e bisogni culturali di tate, colf e badanti', si rivolge a donne migranti che svolgono opera di cura e ha l' obiettivo di intercettare i bisogni culturali delle donne immigrate e illustrare la storia, la cultura e il valore sociale del loro lavoro. L’iniziativa comprende: una mostra itinerante , circoli di lettura, un ciclo di film sul rapporto immigrazione, lavoro e cura, e una ricerca qualitativa sui loro consumi e bisogni in collaborazione con le Associazioni Lipa e Nodi.

La Regione celebra il 144^ anniversario delle Capitanerie di Porto e l'apertura a Civitavecchia del nuovo Centro Storico Culturale


La Regione celebra il 144^ anniversario delle Capitanerie di Porto e l'apertura a Civitavecchia del nuovo Centro Storico Culturale

20/07/09 - In occasione del 144^ anniversario della fondazione della Capitaneria di Porto oggi pomeriggio, a Civitavecchia, verrà inaugurato il Centro storico culturale delle Capitanerie, situato all'interno della Torre Nord del Forte Michelangelo. La struttura è stata concepita come punto di aggregazione nel quale organizzare eventi culturali, mostre ed esposizioni. Alla celebrazione, tra gli altri, parteciperà il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, che oggi in Regione, assieme al Comandante generale ammiraglio Raimondo Pollastrini, ha illustrato i dettagli delle celebrazioni per la ricorrenza.

"Il Lazio ha porti importanti come Civitavecchia, Gaeta e Fiumicino - ha detto Marrazzo - noi continueremo a sostenere la Capitaneria anche in assestamento di bilancio". A motivare la scelta del Lazio come sede per le celebrazioni di quest'anno è stato l'ammiraglio Pollastrini, sottolineando che "questa è una regione marittima di grande importanza. Le nostre attività principali sono il soccorso in mare per prevenire
incidenti, dobbiamo prevenire e reprimere con durezza chi naviga sotto costa nelle aree destinate ai bagnanti".

PROMEMORIA 21 luglio 2001 Genova: Durante lo svolgimento del G8 viene assaltata la scuola Diaz


Genova: Durante lo svolgimento del G8 viene assaltata la scuola Diaz da 275 agenti di polizia in tenuta antisommossa, provocando il ferimento di 63 delle 93 persone che dormivano all'interno della scuola.
I fatti della scuola Diaz sono avvenuti durante lo svolgimento del G8 di Genova nel 2001; ci sono stati diversi scontri tra manifestanti e forze dell'ordine, in particolar modo episodi violenti da parte delle forze dell'ordine vennero segnalati nella scuola Diaz a danno di manifestanti che si erano accampati all'interno per passare la notte.

Le indagini e il processo
Nella relazione della Procura di Genova, con cui si chiedeva il rinvio a giudizio di 28 poliziotti per le violenze alla scuola Diaz, i magistrati affermano di aver scoperto la sparizione di alcuni filmati amatoriali sull'irruzione, spediti dalla polizia, senza autorizzazione da parte della magistratura, in Svizzera e in Germania per il riversamento su DVD, e di cui si sono poi perse le tracce.
Il 10 giugno 2002, il vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione riconosce, tramite foto e riprese, le due molotov sequestrate ufficialmente nella scuola Diaz come quelle da lui stesso ritrovate in alcuni cespugli di una traversa di Corso Italia, al termine di una carica durante gli scontri del sabato, facendo sorgere i primi sospetti sulla provenienza delle molotov.
Successivamente il 4 luglio 2002 Michele Burgio, l'agente che guidava il mezzo in cui erano le bottiglie ("un magnum blindato in dotazione al reparto mobile di Napoli"), affermò di aver avvertito il generale Valerio Donnini (che era sul mezzo di cui Burgio era autista) della presenza di queste e di aver chiesto se era opportuno portarle in questura, ricevendo però una risposta brusca ("lui si è rivolto a me in modo alterato, come se avessi fatto una domanda stupida o che comunque non dovevo fare"), e disse di aver ricevuto successivamente l'ordine dal vicequestore Pasquale Troiani di portare le molotov davanti alla Diaz. È stato inoltre ritrovato un video dell'emittente locale Primocanale (classificata col nome "Blue Sky"), che aveva seguito tutti i giorni della manifestazione, girato nel cortile della scuola durante l'irruzione, in cui si vedrebbero i responsabili delle forze dell'ordine che stavano guidando la perquisizione intenti a parlare tra loro al telefono, con in mano il sacchetto azzurro in cui erano contenute le molotov.
Il vicequestore Pasquale Troiani (che teoricamente non ricopriva nessun ruolo durante l'operazione), si contraddisse durante i successivi interrogatori, affermando sia di aver ricevuto effettivamente le molotov fuori dalla scuola, da Burgio, sia che probabilmente era già stato avvertito della presenza delle bottiglie sul mezzo prima di arrivare alla Diaz e che forse ne aveva parlato con il vicequestore Di Bernardini. Ammise tuttavia di aver detto a quest'ultimo che "erano state trovate nel cortile o nell'immediatezza delle scale d'ingresso. Questa è stata la mia leggerezza, e me ne rendo conto".
Spartaco Mortola, l'ex capo della Digos genovese (che stando a quanto riferito dai media è una dei superiori che compaiono nel filmato di Primocanale), sostenne invece che le molotov gli furono segnalate da due agenti del reparto mobile che le avevano trovate dentro la scuola, che con lui in quel momento erano due colleghi, forse La Barbera (morto l'anno successivo al G8) e Gratteri, e di aver visto al piano terra della scuola una cinquantina di manifestanti tranquilli e apparentemente senza lesioni o ferite.
Francesco Gratteri (presente, sempre secondo le notizie date dai media, nel succitato filmato) durante l'interrogatorio nell'ottobre 2003 sostenne, a proposito del finto accoltellamento, che "Io penso che l'episodio dell'accoltellamento simulato sia stato determinato dal fatto che qualcuno ha esagerato... Che l'episodio dell'accoltellamento potesse in qualche maniera parare, giustificare, coprire l'eccesso di violenza usato"; aggiunse che non ricordava né quando furono consegnate le molotov, né se gli erano state indicate, e che aveva trovato anomala la presenza delle telecamere delle televisioni subito dopo il loro arrivo.
Giovanni Luperi, vice di La Barbera, affermò che il sacchetto delle molotov era passato di mano in mano tra gli ufficiali presenti, per rimanere infine a lui quando questi se ne erano andati mentre stava telefonando (stando alla sua testimonianza, lo consegnò alla dottoressa Mengoni della Digos di Firenze). Sulla presenza delle molotov una volta portate all'interno della scuola disse che "Le ho viste, queste due bottiglie molotov, stese su uno striscione. Ritengo che fosse un qualche suggerimento ad uso stampa. Qualcuno aveva intenzione di far riprendere le immagini fotografiche del materiale sequestrato all'interno della Diaz". Riferì di essere andato alla Diaz solo per seguire il suo superiore, La Barbera, e di aver cercato, pur senza averne la responsabilità, di coordinare le azioni perché le forze dell'ordine erano in un "bailamme in cui nessuno capiva più nulla", cessando però di interessarsi alla perquisizione dopo l'arrivo del superiore. Dopo che La Barbera se ne era andato senza che lui se ne accorgesse e che anche Mortola della Digos genovese aveva abbandonato la scuola, era rimasto bloccato sul posto senza mezzi.[1] [2] [3] [4] [5] [6]
Nel gennaio 2007 sono stati sentiti come testimoni Claudio Sanfilippo, dirigente della squadra mobile di Genova e Luca Salvemini, vicequestore a Palermo, che erano stati incaricati nel giugno 2002 di svolgere alcune indagini sui fatti accaduti nelle scuole Diaz e Pascoli. Durante la testimonainza hanno riferito, tra le altre cose, della difficoltà di effettuare i riconoscimenti (come per esempio alcuni ritardi nel ricevere le foto degli agenti della polizia presenti per i confronti, o l'impossibilità di identificare un agente con una coda di cavallo, nonostante comparisse in diverse riprese e avesse appunto un aspetto caratteristico) e della mancata identificazione, nonostante sei anni di indagini, di una delle quindici firme dei verbali di arresto dei no-global. [7] [8]
Il 17 gennaio 2007, nel corso di un'udienza del processo relativo all'irruzione delle forze dell'ordine nella scuola Diaz, gli avvocati difensori degli agenti e dei funzionari di Polizia imputati hanno reso noto che le due molotov usate come prova per giustificare l'irruzione (che successivamente si scoprì, grazie ad un fortuito filmato dell'emittente Primocanale e alla testimonianza di un'agente, erano state ritrovate lo stesso giorno in una traversa di Corso Italia e portate nella scuola a blitz concluso) erano state smarrite. Il tribunale ha deciso che, finché non saranno ritrovate le due bottiglie incendiarie, non ascolterà le testimonianze legate a queste e proseguirà con l'analisi di altro materiale e di altri testimoni. I media locali hanno riferito voci, non confermate ufficialmente, che vorrebbero le molotov distrutte a causa della loro pericolosità (anche se ovviamente erano state svuotate) su richiesta della procura. Nella successiva udienza, il 25 gennaio 2007, il Tribunale di Genova ha respinto l'istanza avanzata dai difensori - tra i quali spicca il nome di Alfredo Biondi, parlamentare di Forza Italia ed ex ministro della giustizia - degli agenti dei funzionari di Polizia imputati. L'istanza invocava l'annullamento di almeno parte del processo in corso contro i loro 29 assistiti - imputati di gravi reati consumati ai danni dei manifestanti, quali falso, lesioni e calunnia - mettendo in discussione la validità dell'intero procedimento. Respingendo la richiesta della difesa, il Presidente del Tribunale, Gabrio Barone, ha reso note le risultanze dell'indagine condotta dal questore Salvatore Presenti che, in una risposta scritta sollecitata dai Pubblici Ministeri Francesco Cardona-Albini ed Enrico Zucca, ha dato per certo che le molotov siano da considerare - se non addirittura distrutte - comunque irrimediabilmente perdute. La non recuperabilità materiale dei corpi di reato - custoditi in questura e in locali teoricamente accessibili per un certo periodo ad almeno uno degli imputati, il dirigente Digos Spartaco Mortola - non è stata tuttavia sufficiente a convincere la Corte ad accogliere le tesi difensive, che sono state rigettate spiegando come le due bottiglie molotov fossero ormai già incluse nei fascicoli del Processo durante il quale, in aula, un testimone aveva inoltre già effettuato dichiarazioni giurate sui movimenti delle stesse e come esse fossero state ampiamente referenziate da altri testimoni e consulenti tecnici che le avevano esaminate. Il presidente Barone ha inoltre stigmatizzato duramente il comportamento della Questura di Genova, evidenziando come sia impossibile smarrire o addirittura distruggere corpi di reato di importante valenza se non per dolo o per colpa, non escludendo provvedimenti contro i responsabili della loro custodia; a tale proposito il PM Zucca ha chiesto l'apertura di uno specifico procedimento giudiziario, ricordando come Mortola fosse in servizio presso la questura genovese proprio nel periodo, individuato da Presenti, nel quale le molotov sarebbero state distrutte. Lorenzo Guadagnucci, giornalista de Il Resto del Carlino malmenato e gravemente ferito durante l'assalto alla Diaz e parte lesa nel processo, ha dichiarato: "Questo episodio della sparizione delle bottiglie molotov è scandaloso perché è l'ultimo di una serie di boicottaggi operati dalla polizia di Stato contro il normale esercizio dell' azione giudiziaria"[9].
Il 5 aprile 2007 il vicequestore Pasquale Guaglione, in videoconferenza per problemi di salute, ha confermato l'identificazione delle molotov, testimoniando di averle riconosciute fin dai primi servizi televisivi che mostravano i materiali sequestrati alla scuola Diaz. Il vicequestore ha anche aggiunto che dopo il ritrovamento aveva mostrato le due molotov (contenute in un sacchetto di palstica colorato senza scritte) all'assistente che gli faceva autista, al suo responsabile, per poi consegnarle al generale Donnini, che era sopraggiunto nel frattempo su un fuoristrada del reparto mobile di Roma, e che nella relazione di servizio preparata dal suo responsabile non erano stati scritti i particolari del ritrovamento (come alcune delle caratteristiche esterne particolari delle bottiglie che ne avrebbero permesso una facile individuazione) nonostante la sua esplicita richiesta. [10] Il giorno dopo, nel riportare una breve descrizione dell'interrogatorio, i media locali danno anche la notizia che alcuni poliziotti sono stati iscritti nel registro degli indagati per la sparizione delle molotov. [11] [12]
Il 4 maggio 2007 è stato ascoltato nel processo Francesco Colucci, al tempo questore di Genova. Colucci, stando a quanto riferito dai media, contraddicendosi più volte su diverse questioni (per es. su chi avesse fatto la comunicazione sul ritrovamento delle Molotov o sulla perquisizione errata alla vicina scuola Pascoli), contraddicendo anche passate testimonianze, avrebbe riferito che a coordinare la perquisizione alla Diaz era stato Lorenzo Murgolo e che il prefetto La Barbera (morto nel frattempo) era d'accordo. [13] [14] Successivamente a questa deposizione Francesco Colucci è stato iscritto nel registro degli indagati per falsa testimonianza, a causa delle numerose contraddizioni [15].
Il 23 maggio 2007 viene ascoltato Ansoino Andreassi, all'epoca dei fatti vice capo della polizia: nella sua testimonianza afferma che con l'arrivo di Arnaldo La Barbera venne a saltare tutta la catena di comando, nonostante ufficialmente fosse un suo sottoposto ("Arnaldo La Barbera era la figura più carismatica. E lui quella sera era presente. A me dispiace parlare di un collega che non può più dire la sua. Ma è andata così. È pacifico.") e che era sentita la necessità di effettuare il maggior numero di arresti possibile per poter recuperare l'immagine delle forze dell'ordine che non erano riuscite a fermare gli atti vandalici e gli scontri di quei giorni ("Si fa sempre così, in questi casi. È un modo per rifarsi dei danni ed alleggerire la posizione di chi non ha tenuto in pugno la situazione. La città è stata devastata? E allora si risponde con una montagna di arresti."). Andreassi afferma anche di non aver partecipato alla riunione effettuata in questura in cui si decise la perquisizione nella scuola e di aver incaricato Lorenzo Murgolo (allora dirigente della digos di Bologna e oggi funzionario del SISMI, la cui posizione è già stata archiviata) di recarsi alla scuola per riferire se lo svolgimento della perquisizione poteva procurare problemi di ordine pubblico nel resto della città (dove molti no-global si stavano apprestando ad andersene) e di aver ricevuto da questo, ad arresti e perquisizione già compiuti, la notizia del ritrovamento delle molotov. [16] [17] [18]
Nell'udienza del 30 maggio 2007 i pm hanno chiesto di poter acquisire agli atti una relazione stilata a suo tempo dall'ispettore ministeriale Pippo Micalizio (che aveva effettuato un'indagine esclusivamente da un punto di vista disciplinare), relativa all'organizzazione della perquisizione della scuola (a questa richiesta si è associato anche il difensore dell'ex questore Francesco Colucci). Secondo quanto riportato in questa relazione alla gestione della perquisizione aveva nuociuto l'elevato numero di agenti impegnati (circa 275) e l'elevato numero di funzionari appartenenti a più corpi non ufficialmente coordinati tra di loro, eccessivi rispetto ai 93 manifestanti effettivamente trovati nella scuola (numero minore dei 150/200 stimati nella fase preparatoria).[19]
Il 7 giugno 2007 è stato sentito nel processo il questore Vincenzo Canterini, all'epoca capo della celere di Roma. Durante la deposizione, durata 6 ore, Canterini ha ammesso di non aver assitito alla "resistenza attiva da parte dei 93 no-global" di cui al tempo aveva scritto nella sua relazione indirizzata al questore Francesco Colucci (reazione che è sempre stata usata per giustificare l'uso della forza da parte deglia genti), ma di averla invece dedotta da quello che era stato detto da altri agenti presenti nel cortile della scuola. Come altri testimoni ascoltati neppure Canterini è stato in grado di individure con sicurezza chi coordinava le operazioni, ritenendo però che fosse Lorenzo Murgolo. Definisce la presenza di agenti di diversi corpi come "una macedonia di polizia" e relativamente all'accoltellamento dell'agente Nucera afferma che "All'inizio avevamo visto i tagli, sapevano dell´aggressione: ma non avevamo avuto la sensazione dell'accoltellamento".[20]
Il 13 giugno 2007, uno dei 28 poliziotti imputati per l'irruzione alla Diaz, Michelangelo Fournier, all'epoca dei fatti vice questore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma agli ordini di Canterini, confessa in aula a Genova, rispondendo alle domande del pm Francesco Cardona Albini, di aver assistito a veri e propri pestaggi, sia da parte di agenti in uniforme (specifica, anche in interviste successive, "con l'uniforme dei reparti celere e un cinturone bianco.. non blu come il nostro") sia in borghese con la pettorina. Fournier ha sostenuto di non aver parlato prima perché non ebbe "il coraggio di rivelare un comportamento così grave da parte dei poliziotti per spirito di appartenenza" e, parlando delle violenze, le ha definite "macelleria messicana" (nelle dichiarazioni rese precedentemente ai pm il vicequestore aveva sostenuto di aver visto dei feriti a terra, ma di non aver assistito ad abusi o pestaggi). [21] [22][23]. A seguito delle sue dichiarazioni diversi esponenti dell'Unione hanno nuovamente chiesto l'istituzione di una commissione parlamentare sui fatti i quei giorni[24], ricordando che questa era anche presente nel programma elettorale della coalizione.
Il questore Vincenzo Canterini, intervistato da "La Repubblica" sulle dichiarazioni al processo del suo collega, conferma di non aver assistito personalmente a nessun pestaggio e di essere entrato nella Diaz quando "era tutto finito", pur ricordandosi di feriti (tra cui la ragazza di cui parlava Fournier) e che nessuno dei suoi uomini era da ritenersi responsabile di simili comportamenti. Canterini ribadisce anche che in quell'operazione nella scuola vi era "una macedonia di polizia" e che su 300 agenti entrati nella scuola solo 70 erano del suo reparto. Canterini nella stessa intervista sostiene anche di aver consigliato ad Arnaldo La Barbera di non entrare nella scuola, ma di sparare dentro all'edificio "qualcuno dei potenti lacrimogeni di cui avevamo dotazione" in modo da far uscire chi si trovava all'interno, ma di non essere stato ascoltato. [25]
Il 20 giugno 2007 i media danno notizia dell'apertura di un'indagine per induzione e istigazione alla falsa testimonianza su Gianni De Gennaro. Secondo l'accusa De Gennaro avrebbe fatto pressioni sul questore Francesco Colucci perché desse una versione dei fatti concordata, in cui si potesse scaricare la responsabilità del blitz alla Diaz su Arnaldo La Barbera (ormai morto) e su Lorenzo Murgolo, la cui posizione è già stata archiviata in passato su richiesta dei pm. Interrogato il 14 luglio De Gennaro (da poco sostituito nel suo ruolo di capo della Polizia da Antonio Manganelli, e divenuto capo di gabinetto del ministro dell'Interno Giuliano Amato) ha respinto tutte le accuse. Secondo quanto riportato dai media vi sarebbe un'intercettazione telefonica in cui Colucci, parlando con un alto funzionario della Polizia indagato dalla Procura di Genova per una vicenda non legata al G8, affermerebbe che "Il capo dice che sarebbe meglio raccontare una storia diversa...". [26] [27] [28] [29] Per questi fatti i pubblici ministeri il 29 marzo 2008 hanno chiesto il rinvio a giudizio di Gianni De Gennaro, di Francesco Colucc e di Spartaco Mortola (degli ultimi due esisterebbero diverse intercettazioni in cui si parla della questione)[30].
Il 31 marzo 2008 i media hanno dato notizia dell'esistenza di intercettazioni tra un artificiere che aveva firmato un verbale in cui affermava che le due molotov erano state distrutte per errore (il cui telefono era sotto controllo per altre indagini che lo riguardavano non legate ai fatti del G8) e un suo familiare, in cui il primo diceva che le molotov sarebbero state da lui consegnate ad alcuni agenti della Digos, ma che questa versione non poteva essere data ai magistrati, per cui gli era stato consigliato di usare come scusa la distruzione accidentale dei due reperti.[31]
Il 3 luglio 2008 è iniziata la requisitoria dei Pubblici Ministeri.
Il 1 ottobre 2008 l'avvocato dello Stato al processo per i fatti avvenuti durante il G8 del 2001 Ha negato la responsabilità degli imputati per l'assalto alla scuola diaz. "Nego che vi sia stata una spedizione punitiva. Non e' stata una spedizione latu sensu terroristica. La democrazia in quelle ore non e' mai stata in pericolo". L'avvocato dello Stato rappresenta il Viminale. Nel processo sono imputati 29 tra dirigenti di polizia e poliziotti per accuse che vanno dalle lesioni gravissime al falso, alla calunnia.
La sentenza di primo grado [modifica]

Il giorno 13 Novembre 2008 viene emessa la sentenza di primo grado. Vengono condannati Vincenzo Canterini (4 anni), al tempo comandante del Reparto mobile di Roma, che secondo le ricostruzioni fu il primo gruppo a fare irruzione nell’istituto e diversi suoi sottoposti (tra cui Michelangelo Fournier, che definì la situazione nella Diaz "macelleria messicana", condannato a 2 anni). Condannati anche Michele Burgio (2,5 anni) e Pietro Troiani (3 anni) per aver rispettivamente trasportato ed introdotto all'interno dell'edificio le due molotov. Per quello che riguarda l'irruzione nella scuola Pascoli e gli eventi successivi, su due richieste di condanna vi è stata una sola sentenza di colpevolezza con condanna ad un mese di carcere. Assolti i vertici delle forze dell'ordine presenti durante il fatto e i responsabili che firmarono i verbali dell'operazione poi rivelatisi contenenti delle affermazioni erronee (come la presenza delle molotov all'interno della scuola). Assolti anche due agenti indagati relativamente alla questione del dubbio accoltellamento da parte di un manifestante. L'accusa aveva chiesto 28 condanne, su 29 persone processate (era stata chiesta l'assoluzione di Alfredo Fabbrocini, inizialmente ritenuto responsabile dell'errata irruzione nella Pascoli, poi rivelatosi estraneo al fatto), per un totale di circa 109 anni di carcere. In totale sono stati erogati 35 anni e 7 mesi di carcere, più 800 mila euro di risarcimento (da parte di alcuni condannati e del Viminale) da dividere fra circa novanta persone. Non essendo avvenuta l'identificazione degli agenti che avevano ridotto in coma il giornalista inglese Mark Covell, questo è stato risarcito di soli quattromila euro per essere stato "calunniato" da alcuni agenti.[32][33]
Il 10 febbraio 2009 sono state depositate le motivazioni della sentenza di 1° grado,[34] che nel riconoscere che «... la perquisizione venne disposta in presenza dei presupposti di legge. Ciò che invece avvenne non solo al di fuori di ogni regola e di ogni previsione normativa ma anche di ogni principio di umanità e di rispetto delle persone è quanto accadde all’interno della Diaz Pertini.» (Vedi "Collegamenti esterni" - Sentenza citata, pag. 313) e che «In uno stato di diritto non è invero accettabile che proprio coloro che dovrebbero essere i tutori dell’ordine e della legalità pongano in essere azioni lesive di tale entità, anche se in situazioni di particolare stress.» (Vedi "Collegamenti esterni" - Sentenza citata, pag. 314) , esclude che essa fu organizzata come «un complotto in danno degli occupanti» o una «spedizione punitiva», «di rappresaglia» (Vedi "Collegamenti esterni" - Sentenza citata, pag. 312). I giudici, al riguardo, precisano che «a parte la carenza di prove concrete in proposito, appare assai difficile che un simile progetto possa essere stato organizzato e portato a compimento con l’accordo di un numero così rilevante di dirigenti, funzionari ed operatori della polizia». Interessante appare comunque la relazione stabilita tra la diffusa brutalità del VII nucleo comandato da Vincenzo Canterini e la connivenza di corpo tra i vari livelli, laddove si afferma che ancorché «l’inconsulta esplosione di violenza all’interno della Diaz abbia avuto un’origine spontanea e si sia quindi propagata per un effetto attrattivo e per suggestione, tanto da provocare, anche per il forte rancore sino allora represso, il libero sfogo all’istinto, determinando il superamento di ogni blocco psichico e morale nonché dell’addestramento ricevuto, deve d’altra parte anche riconoscersi che una simile violenza, esercitata così diffusamente, sia prima dell’ingresso nell’edificio, come risulta dagli episodi in danno di Covell e di Frieri, sia immediatamente dopo, pressoché contemporaneamente man mano che gli operatori salivano ai diversi piani della scuola, non possa trovare altra giustificazione plausibile se non nella precisa convinzione di poter agire senza alcuna conseguenza e quindi nella certezza dell’impunità. Se dunque non può escludersi che le violenze abbiano avuto un inizio spontaneo da parte di alcuni, è invece certo che la loro propagazione, così diffusa e pressoché contemporanea, presupponga la consapevolezza da parte degli operatori di agire in accordo con i loro superiori, che comunque non li avrebbero denunciati.» (Vedi "Collegamenti esterni" - Sentenza citata, pag. 315). Quanto all'omertosità delle Forze di Polizia, viene infine accertato «un certo distacco rispetto all'indagine in corso», come «la polizia, una volta venute alla luce le violenze compiute all’interno della Diaz, non abbia proceduto con la massima efficienza nelle indagini volte ad individuarne gli autori e ad accertare le singole responsabilità», e che «tale atteggiamento ha contribuito ad avvalorare la sensazione di una certa volontà di nascondere fatti e responsabilità di maggiore importanza che seppure infondata o comunque rimasta del tutto sfornita di prove ha caratterizzato negativamente sotto il profilo probatorio tutto il procedimento.» (Vedi "Collegamenti esterni" - Sentenza citata, pag. 323).
Il 17 marzo 2009 l'avvocato dello Stato Domenico Salvemini, in rappresentanza del Ministero dell' Interno ha presentato ricorso in appello contro le condanne.[35] Pochi giorni dopo, anche l'accusa ha deciso di ricorrere in appello con il Procuratore Generale - massimo organo inquirente del tribunale genovese - che affianca i PM Francesco Albini Cardona ed Enrico Zucca.[36]